La scelta di LeBron: una campana rotta, una porta aperta e l’ultima scalinata

La scelta di LeBron: una campana rotta, una porta aperta e l’ultima scalinata

di Federico Del Monaco

 

La campana che non suona

Philadelphia ha una campana famosa.

Il problema è che non suona.

La Liberty Bell, uno dei simboli più riconoscibili degli Stati Uniti, porta da quasi due secoli una crepa che nel 1846 mise sostanzialmente fine alla sua carriera da campana. Da allora è diventata immensamente più famosa di quando funzionava, dimostrando che gli americani avevano inventato il marketing sportivo parecchio prima della NBA.

A Philadelphia, dunque, sono abituati ad amare qualcosa di enorme, prezioso, celebrato e periodicamente impossibilitato a fare esattamente ciò per cui era stato costruito.

Joel Embiid non potrebbe chiedere una città migliore.

Il paragone è perfido, naturalmente. Ma anche la cartella clinica del centro dei Sixers non ha mai avuto particolare riguardo per la sensibilità dei tifosi: piedi, ginocchia, menischi, volto, spalle, tendini. In alcuni periodi leggere l’injury report di Embiid ha richiesto più tempo che leggere la Dichiarazione d’Indipendenza.

Il talento, invece, non è mai stato in discussione.

Ed è forse questo che rende tutto più esasperante: non stiamo parlando di qualcosa che non ha mai funzionato, ma di qualcosa che, quando funziona, suona magnificamente.

E adesso accanto alla campana incrinata è arrivato LeBron James.

Quarantuno anni, una carriera che ormai ha bisogno più di un archivista che di un biografo, quattro titoli conquistati con tre franchigie diverse e praticamente ogni genere di record accumulabile senza ricorrere a categorie inventate appositamente per lui.

Dopo otto stagioni ai Lakers ha scelto Philadelphia, firmando con i Sixers un contratto da 8 milioni complessivi in due anni.

Nel basket contemporaneo è quasi il modo elegante di presentarsi al campo con le scarpe già ai piedi e dire: tranquilli, pago io il parcheggio.

La scelta

Ed è qui che la storia diventa interessante.

Perché quella di LeBron non è semplicemente una firma.

È una scelta.

Il cinema ci ha insegnato che esistono scelte di ogni tipo.

Esiste La scelta di Sophie, dove scegliere significa essere condannati comunque, perché qualsiasi risposta produce una perdita insopportabile.

E poi esiste Sliding Doors, che è probabilmente il paragone più adatto a ciò che è successo questa estate: una porta si chiude, un’altra resta aperta e da quel momento non sapremo mai veramente quale vita avremmo vissuto attraversando l’altra.

LeBron avrebbe potuto smettere.

Avrebbe potuto cercare un ritorno sentimentale. Cleveland, magari. Miami.

Avrebbe potuto inseguire un’altra soluzione tecnica. Avrebbe potuto soprattutto scegliere il percorso più comodo per un uomo che non ha più nulla da dimostrare a nessuno.

Ha scelto Philadelphia.

E qui, per una volta, conviene mettere da parte il cinismo professionale con cui ormai giudichiamo qualsiasi decisione di una superstar NBA.

Perché i soldi, evidentemente, non spiegano questa scelta.

Quando il denaro non basta più

Otto milioni in due anni per LeBron James non rappresentano un contratto.

Rappresentano quasi una dichiarazione d’intenti.

Dopo una carriera in cui ha guadagnato tutto ciò che poteva guadagnare, dentro e fuori dal campo, James ha scelto una squadra costruita per tentare qualcosa subito.

Philadelphia non gli ha offerto una pensione dorata.

Gli ha offerto un’altra possibilità di arrivare a giugno.

E questo cambia tutto.

Perché esiste un momento nella carriera dei grandi campioni in cui il denaro smette di essere una misura sensata.

Cosa compri, esattamente, a LeBron James?

Un’altra macchina?

Un’altra casa?

Un altro contratto da esibire accanto ai precedenti?

A quarantun anni la valuta diventa un’altra.

La gloria.

Non quella necessaria per diventare leggenda. Quel problema LeBron lo ha risolto parecchio tempo fa.

Non c’è più una giuria da convincere, salvo quelle piccole sette religiose che trascorrono le giornate sui social contando anelli, Finals perse, tiri decisivi e il numero di volte in cui Michael Jordan probabilmente guardò male un avversario nel febbraio del 1991.

LeBron è già lì.

Qualunque cosa accada a Philadelphia.

È proprio questo, paradossalmente, a rendere affascinante la scelta.

Non sta giocando per costruire la propria grandezza.

Sta giocando per vedere quanto ancora può aggiungerle.

L’ultima scalinata

E allora bisogna tornare a Philadelphia.

Perché oltre a una campana rotta, questa città possiede un’altra immagine che il cinema ha consegnato all’immaginario collettivo: una scalinata.

Rocky Balboa corre.

Sale.

Arriva in cima.

Alza le braccia.

È diventata una delle immagini sportive più celebri della storia pur appartenendo a un uomo che, dettaglio spesso dimenticato, nemmeno esiste.

LeBron invece esiste eccome.

E non ha più vent’anni, non deve conquistarsi un nome, non deve convincere un allenatore a farlo giocare e soprattutto non ha bisogno che qualcuno gli spieghi quanto siano alte quelle scale.

Le ha già salite.

Più volte.

Questa volta ha semplicemente deciso di salirle ancora.

Sedersi e godersi lo spettacolo

Nel 1982 Magic Johnson e i Lakers avevano già fatto il loro lavoro a Ovest: Phoenix spazzata via, San Antonio spazzata via, otto vittorie e nessuna sconfitta.

Mentre Boston e Philadelphia continuavano a massacrarsi dall’altra parte del tabellone fino a gara 7, Los Angeles poteva aspettare.

Quelle Finals sarebbero poi state proprio Lakers-Sixers, vinte 4-2 da Magic e compagni.

Il senso di quella vecchia uscita di Magic era meravigliosamente semplice: ormai non resta che sedersi e godersi lo spettacolo.

Forse è esattamente ciò che dovremmo fare anche noi.

LeBron James è già leggenda.

Il muro è già costruito ed è già abbastanza dorato da essere visibile dallo spazio.

Philadelphia può soltanto offrirgli un altro lingotto.

Magari la Liberty Bell continuerà a non suonare.

Magari Embiid riuscirà finalmente a restare intero quando conta.

Magari questo assemblaggio di stelle funzionerà magnificamente oppure scoprirà, come spesso accade nella NBA, che cinque nomi eccellenti non formano automaticamente una squadra eccellente.

Non lo sappiamo.

Ed è precisamente questo il bello.

Perché se a quarantun anni LeBron James dovesse riuscire a trascinare anche questi Philadelphia 76ers fino alle Finals, non cambierebbe davvero ciò che è stato.

Aggiungerebbe soltanto qualcosa a ciò che è già.

Un altro gradino.

Un altro lingotto.

Un’altra storia da raccontare.

E sarebbe, ancora una volta, l’ennesima prova — peraltro assolutamente non richiesta — che il basket è lo sport più avvincente del mondo.


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