Giustizia e referendum, l’intervista a Nicola Trifuoggi

Giustizia e referendum, l’intervista a Nicola Trifuoggi
19 Mar 2026

di Alessandra Prospero

 

Nicola Trifuoggi, già procuratore della Repubblica di Pescara e vicesindaco dell’Aquila, ha dedicato oltre quarant’anni alla magistratura, ricoprendo sia il ruolo di pubblico ministero sia quello di giudice. Per  AbruzzoSera ha affrontato il tema delle recenti riforme della giustizia e del ricorso allo strumento referendario, esprimendo forti perplessità sul metodo e sugli obiettivi degli interventi in corso.
Secondo Trifuoggi, il dibattito pubblico rischia di semplificare questioni complesse, mentre alcune scelte normative potrebbero incidere profondamente sull’equilibrio tra i poteri dello Stato e sul ruolo della magistratura.

 

Dottor Trifuoggi, lei ha passato una vita dentro la giustizia, quindi iniziamo con l’intervista, se è d’accordo. Quindi mi chiedevo: che valore ha oggi per lei lo strumento referendario?

Per me lo strumento, lo strumento referendario, che pure è una chiara dimostrazione di democrazia, non avrebbe dovuto essere utilizzato in questa materia, perché le riforme costituzionali non si fanno a colpi di maggioranza, si fanno cercando una unità di intenti anche con l’opposizione. Non dimentichiamo che la nostra Costituzione fu approvata dall’88% dei Costituenti, il che significa che confluirono su quel testo le ideologie diverse dei partiti democratici che erano rappresentati nella Costituente.

 

C’è un aspetto di questo quesito che, secondo lei, viene frainteso nel dibattito pubblico?

Sicuramente sì, perché in effetti è un quesito assolutamente tecnico, incomprensibile ai più, per cui c’era da attendersi che poi divenisse un referendum a favore o contro il Governo, che è cosa per me assolutamente sbagliata. A favore o contro il Governo si potrà stare quando ci saranno le elezioni politiche. Avrei preferito che si puntasse più sugli aspetti tecnici di questa riforma che non sull’appello al voto a favore o contro la maggioranza di governo.

Dai dibattiti televisivi e dai mass media emerge talvolta la sensazione che, più che migliorare il sistema giustizia, si semplifichino questioni complesse. Condivide questa impressione?

Io penso che se l’intento fosse stato quello di migliorare il sistema dell’amministrazione della giustizia, non sarebbe certo questa riforma ad essere utile, perché così come ha sinceramente e forse candidamente ammesso il ministro proponente, il ministro della Giustizia, non serve assolutamente a risolvere i problemi di efficienza e lentezza dell’amministrazione stessa della giustizia. Quindi è chiaro che l’obiettivo deve essere un altro, non può essere questo. Tra l’altro la separazione delle carriere, che può essere anche discutibile, se vogliamo: illustri personaggi in tutti questi anni hanno cambiato molte volte idea, a volte a favore, a volte contro, ma sempre per ragioni di tipo tecnico, diciamo. Questa riforma non necessitava di una riforma della Costituzione: sarebbe stata sufficiente una legge ordinaria per separare le carriere di pubblici ministeri e giudici, carriere peraltro già oramai di fatto separate dopo la riforma Cartabia del 2022, che ha reso difficilissimo il passaggio da una carriera all’altra, una sola volta nell’ambito della carriera, nei primi nove anni di carriera e a condizione che ci si trasferisca fuori regione, proprio per evitare incroci con quello che si faceva prima. Se non è stato fatto in questo, l’obiettivo era un altro: l’obiettivo era, secondo me, separare ovviamente di conseguenza i consigli superiori, creare un organismo inutile quale l’Alta Corte disciplinare, inutile perché finora la sezione disciplinare del Consiglio Superiore ha lavorato bene, tant’è vero che le sue decisioni sono rarissimamente state impugnate dal Ministro della Giustizia, che pure ne ha facoltà, come ha facoltà di iniziare, esercitare l’azione disciplinare verso un magistrato accusato di comportamenti non confacenti al suo stato.

Il Consiglio Superiore della Magistratura viene spesso descritto, da chi sostiene il SÌ, come un organismo influenzato da logiche di spartizione politica e correntizia. Si propone quindi la creazione di due CSM. Alcuni sostengono che ciò non comporterebbe un aggravio di spesa, perché si tratterebbe di organismi più piccoli. Secondo lei è un ragionamento demagogico o può fare presa sull’opinione pubblica?

Io non guarderei al profilo economico. Se sono necessari organi di alta amministrazione, organi costituzionali, non si può parlare di soldi spesi in più o in meno. È chiaro che non sono più piccoli, sono assolutamente uguali nella composizione e poi ce n’è un terzo, cioè l’Alta Corte. Qui le spese si triplicano, ammesso che sia importante far riferimento alle spese, quindi questo discorso mi sembra veramente demagogico più che realistico.


E se queste riforme fossero state in vigore durante le sue inchieste, che cosa sarebbe cambiato?

Credo assolutamente niente e chiarisco il mio pensiero. Noi siamo entrati in magistratura facendo lo stesso concorso, giudici e pubblici ministeri; io stesso nella mia lunga carriera sono stato pubblico ministero per circa 27 anni e giudice per altri 17, ai quali va aggiunto l’anno di tirocinio, chiamiamolo così, auditorato si chiama in termini tecnici, per cui arriviamo poi ai miei 45 anni di carriera. Io ho avuto la stessa cultura che hanno avuto tutti gli altri magistrati, che è la cultura della giurisdizione, ed è questo che si tenta di abolire; ma noi che avevamo questa cultura della giurisdizione, così come i magistrati del pubblico ministero che ci sono ora, continueranno a lavorare come hanno sempre fatto, continueranno a svolgere il vero ruolo, che non è quello dell’accusa a ogni costo, ma è quello di collaborazione con il giudice per conseguire l’obiettivo che lo Stato vuole, cioè il raggiungimento della verità. Allo Stato non interessa se un qualcuno, qualche imputato, sia innocente o colpevole: vuole che alla fine del processo emerga la verità. A questa verità non si può chiedere di collaborare all’avvocato difensore: lui svolge un’altra attività, un altro mestiere. Lui deve far assolvere il suo cliente o quantomeno limitare i danni; quasi mai, salvo conclamati casi di innocenza, l’avvocato, nell’interesse del suo cliente, vuole arrivare alla verità, ed è questa la differenza tra pubblico ministero che, ripeto, è e deve essere un collaboratore del giudice e quindi deve avere la sua stessa mentalità e continuerà a farlo. A me preoccupa il periodo successivo riservato esclusivamente a chi vuole fare il pubblico ministero, perché non avendo la cultura della giurisdizione potrebbe essere un accusatore implacabile, diventare veramente l’avvocato dell’accusa, cosa che oggi non è. E questo è preoccupante, e non è preoccupante solo per i cittadini, ma è preoccupante anche per la politica, tant’è vero che vi sono già iniziative parlamentari, una delle quali addirittura della legislatura scorsa, dell’attuale capo di gabinetto del ministro Nordio, quella della felice frase “togliamoci di torno la magistratura”, la quale prevedeva che a questo punto questo pubblico ministero incontrollabile deve essere controllato dal ministro, che quindi stabilisce le priorità, cioè stabilisce contro chi procedere per primo e chi invece lasciare languire agli ultimi posti di questa classifica di priorità, ben sapendo che questi ultimi non saranno poi mai processati, perché la riforma che dovrebbe esserci, che è quella di incremento e implemento degli organici di magistrati, collaboratori eccetera, quei reati che per il ministro saranno gli ultimi da trattare andranno tutti in prescrizione. Ed è questo, secondo me, l’obiettivo di questa riforma.

Dottor Trifuoggi, quasi nel silenzio generale, forse complice il periodo estivo, ad agosto il ministro Nordio ha promosso una riforma nei procedimenti a citazione diretta, che introduce l’impossibilità per il pubblico ministero di proporre appello. Anche questa misura sembra avere come effetto quello di limitare la funzione requirente e di avvicinarci a uno scenario di tipo più restrittivo. Come valuta questa misura?

A me pare che le riforme stiano andando tutte in questo senso: svuotare la funzione del pubblico ministero, addirittura a volte ridicolizzandola. Se noi pensiamo al fatto che cinque giorni prima di arrestare una persona bisogna avvisarla, mettendogli a disposizione tutte le carte che hanno portato alla richiesta di arresto, col risultato che poi, dopo cinque giorni, colui di cui si chiederà l’arresto non si presenterà al giudice, o sparirà, o, come è già successo, leggendo chi sono i nomi dei suoi accusatori, li minaccerà, per cui costoro poi ritratteranno, è una presa in giro; così come l’altra proposta di legge di avvisare due ore prima della perquisizione, sperando di trovare che cosa poi non si sa. Questo non è più garantismo, questa è voglia di sfasciare il sistema penale italiano.


A questo punto, che responsabilità ha oggi un cittadino quando vota su temi così delicati?

Guardi, io credo che la risposta che si debba dare al cittadino, che non è tenuto a conoscere tutti questi meccanismi — d’altra parte ognuno ha la sua attività ed è esperto della sua attività e basta — che qui andiamo sempre più nel tecnico, è una considerazione. La considerazione che, secondo me, bisogna fare è questa: sono quasi ottant’anni che noi viviamo in pace e in democrazia. In questi anni abbiamo superato gravissimi problemi, come il terrorismo e gli attacchi continui della criminalità organizzata allo Stato, e lo abbiamo fatto sulla base dei principi di questa nostra Carta costituzionale. Perché devo cambiarli se non capisco quale sia il motivo di cambiarli? E allora bisogna votare no: soltanto per questo motivo sarebbe sufficiente. Questa Carta costituzionale ci ha consentito di vivere bene per tanti anni, è stata scritta da persone che hanno meditato ogni singola parola di quel libricino che è la nostra Costituzione. Se non mi si spiega chiaramente quali sono i benefici per i cittadini di una riforma di questo genere, quando c’è un dibattito in corso che poi a volte cade nel ridicolo, come abbiamo visto con certi commenti che ci sono stati, perché io devo appoggiare una riforma di cui non capisco il motivo, quando sto vivendo così bene con questa Costituzione, nata fra l’altro dalla Resistenza al nazifascismo? Perché devo cambiare quella Costituzione senza che nessuno mi abbia dimostrato che c’è un vantaggio per me, singolo cittadino, per me come membro della collettività?

Concluderei dicendo che, come ho sempre fatto in qualsiasi tipo di elezione o di votazione, meglio, io invito tutti ad andare a votare come esercizio di democrazia, per difendere questa democrazia, per difendere la libertà, per difendere la nostra Carta costituzionale: invito tutti ad andare a votare NO.

 

 


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