Arruolamento dei minori? Cosa c’è dietro il questionario AGIA che fa discutere l’Italia

Arruolamento dei minori? Cosa c’è dietro il questionario AGIA che fa discutere l’Italia
03 Dic 2025

di Alessandra Prospero

Sta suscitando polemiche il questionario “Guerra e conflitti” promosso dall’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza (AGIA), una consultazione rivolta ai ragazzi tra i 14 e i 18 anni e diventata, in poche ore, uno dei temi più discussi online. L’iniziativa è finita al centro di un’ondata di critiche dopo un articolo de Il Fatto Quotidiano che ha portato all’attenzione pubblica alcune domande del questionario, considerate da molti troppo dirette e inopportune.

Il punto più controverso è una domanda che chiede agli adolescenti se, in caso di guerra, si sentirebbero “responsabili” e se sarebbero pronti ad “arruolarsi, se servisse”. Una formulazione che, al di là delle intenzioni ufficiali, ha immediatamente acceso dubbi: perché porre a minori una domanda del genere? Con quale finalità? E con quali cautele?

Il questionario è effettivamente pubblicato sul sito dell’AGIA e accessibile su base volontaria tramite la piattaforma dedicata. Non risulta, nei documenti ufficiali, un obbligo per le scuole a diffonderlo, né un coinvolgimento formale del Ministero dell’Istruzione. Tuttavia, ciò non ha impedito che alcune famiglie e insegnanti si siano trovati davanti alle domande senza un’adeguata cornice esplicativa, alimentando sospetti e preoccupazioni.

L’allarme sollevato da Il Fatto Quotidiano non nasce nel vuoto: in un contesto internazionale segnato da conflitti e tensioni crescenti, chiedere a un quattordicenne se sarebbe disposto a imbracciare un’arma non può essere considerato un dettaglio. Il rischio che simili quesiti vengano percepiti come una forma di normalizzazione della guerra o come un test di disponibilità all’arruolamento non è trascurabile. E la reazione dell’opinione pubblico lo dimostra.

L’AGIA ha diffuso una prima sintesi dei risultati: secondo i dati raccolti, circa il 68% degli adolescenti coinvolti ha dichiarato che non si arruolerebbe in caso di conflitto. Un numero importante, ma che non basta a dissolvere i dubbi sull’opportunità di includere una domanda così sensibile in un questionario rivolto a minori.

Rimane infatti il grande interrogativo: serve davvero chiedere a un adolescente se sarebbe disposto a combattere? È un modo per comprendere le sue paure, come sostiene l’Autorità, o si tratta di un terreno che andrebbe affrontato con maggiore prudenza, magari con strumenti pedagogici più adatti e con un dialogo mediato dagli adulti?

La verità è che la polemica non riguarda solo la domanda incriminata, ma il contesto più ampio. Le nuove generazioni vivono immerse in un flusso continuo di notizie su conflitti, attacchi, escalation; i social amplificano scenari apocalittici e la paura della guerra è tornata a occupare un posto centrale nell’immaginario collettivo. In questo clima, ogni iniziativa istituzionale che tocca l’argomento richiede una sensibilità particolare, una chiarezza comunicativa impeccabile e una trasparenza totale sulle finalità.

Su questo fronte, l’AGIA non è riuscita ad anticipare la reazione: la consultazione è stata percepita da molti come una forzatura, e non come un tentativo di ascolto. E il disagio sociale esploso sui social mostra che il tema non è stato gestito con l’attenzione necessaria.

Per ora i fatti sono chiari: il questionario esiste, non è obbligatorio e i ragazzi – nella maggioranza – rifiutano l’idea dell’arruolamento. Ma restano aperte domande fondamentali sul metodo, sulle parole scelte e sull’opportunità di coinvolgere adolescenti in un sondaggio che tocca la guerra in modo così diretto.

E soprattutto resta una lezione: quando si parla di minori e di conflitti, non basta una consultazione online. Serve una riflessione seria, condivisa e trasparente. E serve prima di tutto evitare che la guerra entri dalla porta principale nella vita dei ragazzi, anche solo attraverso un questionario.


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