Ritratti d’autore. L’impervietà: Dylan Thomas

Ritratti d’autore. L’impervietà: Dylan Thomas
14 Nov 2024

di Alessandra Prospero

Se dovessimo ipotizzare sulla carta le origini territoriali di un immaginario poeta del secolo scorso, quasi messianico nella sua portata rivoluzionaria, saremmo colpiti da quanto la regione del Galles, e ancor più la sua costa frastagliata, si presti come suggestivo luogo di nascita di grandi personalità, a loro volta decisamente frastagliate.
Proprio nella città costiera di Swansea, nel Galles, nasce come una profezia poetica Dylan Marlais Thomas, il 27 ottobre 1914.

Specialmente quando il vento d’ottobre
– Lascia ch’io faccia per te autunnali incantesimi,
la lingua del ragno e la sonora collina del Galles –
Burbero cala pugni di rape sulla terra,
lascia ch’io levi per te le inaridite parole.

Di Dylan Thomas quel vento d’ottobre burbero sembra esser stato la levatrice, vista la data di nascita e visto il temperamento che lo accompagnerà, insinuandosi anche nella sua metrica.
Nonostante il continuo richiamo al romanticismo, infatti, il giovane poeta gallese è animato dal sacro fuoco della passione poetica e ne rivoluzionerà linguaggio e metrica con un frequente stravolgimento sintattico, la niente affatto immediata allusività delle immagini e la dilatazione superba della polisemia lessicale.

La passione precoce per la poesia
Ribelle, quasi iconico con il ciuffo riccio e il broncio da buon gallese, passa la sua infanzia e giovinezza tra le amorevoli cure materne in risposta alle patologie respiratorie che lo affliggono, come l’asma cronica, e la manifestazione precoce dell’indole poetica. Il padre, il quale insegnava letteratura inglese presso la stessa scuola frequentata da Dylan, la Swansea Grammar School, decide così di assecondare la sua inclinazione. Dopo aver abbandonato gli studi a 16 anni, il giovane Dylan inizia a collaborare con il giornale South Wales Daily Post ove da correttore di bozze diviene reporter, pur iniziando ad avvertire la pressione del ruolo.
Nel settembre 1933 la fama arriva con la pubblicazione di una sua poesia sull’ “Angolo del Poeta” nel Sunday Referee. Inizia la prima storia d’amore del poeta con la sofisticata e attraente poetessa londinese Pamela Hansford Johnson: lui ha 19 anni e lei 21 e lo conquista confessandogli la propria lirica ammirazione.
Il poeta gallese deve pubblicare il suo primo libro e vive ancora con la famiglia. La vita gli va stretta come gli vanno stretti i rigidi canoni metrici imposti alla poesia e la logica che vuole in sequenza le immagini dei poeti: le sue sono a volte contrapposte e contraddittorie. Vuole impressionare Pamela e così va a Londra perché il panorama gallese lo opprime.

Orecchi ascoltano nelle torrette
mani che brontolano alla porta,
occhi negli abbaini vedono
le dita sui lucchetti.
Aprirò, o resterò
solo, fino alla morte,
ignoto ad occhi stranieri,
in questa bianca dimora?
Mani, recate grappoli o veleni?
Di là da quest’isola, cinta
da un magro mare di carne
e da una costa d’osso,
i campi e i colli si stendono
oltre la mente e il suono.
Uccello o pesce volante
non turba di quest’isola il riposo.
Orecchi in quest’isola ascoltano
passare il vento come un rogo,
occhi in quest’isola vedono
navi ancorarsi oltre il golfo.
Dovrò recarmi alle navi
col vento tra i capelli
o stare fino alla morte
senza mai salutare un marinaio?
Navi, recate grappoli o veleni?
Mani alla porta borbottano,
navi gettano l’ancora oltre il golfo,
la pioggia batte sulla rena
e sulle ardesie del tetto.
Lascerò entrare lo straniero?
Darò il mio benvenuto al marinaio?
O starò chiuso fino alla morte?
Mani dello straniero e stive delle navi,
recate grappoli o veleni?

A Londra però gli manca il Galles e quindi torna a Swansea. Thomas non riesce ad essere univocamente e a cuor leggero in nessun posto. Nel frattempo, nel 1934, ventenne pubblica 18 Poems (18 Poesie) con la Parton Bookshop di Londra e nel 1936 25 Poems. Dal 1936 in poi pubblicherà con la casa editrice Dent di Londra.

La corrispondenza tra persona e personaggio
La sua stagione creativa più intensa è tra i diciannove e i venti anni. Il suo è il tumultuoso animo di un bardo celtico. Si impone, differenziandosene, su Yeats, sull’intellettualismo e sul modernismo di Pound ed Eliot. Oratore versatile e declamatore abilissimo, Thomas nel suo primo giro di conferenze strega gli americani. Crede che i poeti geniali non possano essere soltanto interiormente geniali o carismatici ma debbano anche atteggiarsi come tali, e allora beve, insegue diverse conquiste femminili e fa sfoggio dei suoi modi rudi, della sua eccentricità e della sua sboccataggine. Nel frattempo, la storia con Pamela Hansford Johnson si esaurisce nel tempo di un colto e appassionato epistolario tra i due. Talmente importante è la conoscenza con il poeta gallese e la risonanza dell’amicizia intima tra i due che, alla morte della poetessa, avvenuta nel 1981, tra le cose più rilevanti da menzionare circa la sua vita, i tabloid continuano a citare la relazione con Dylan Thomas.

Dylan Thomas ragazzo, uomo, marito e padre
Nel 1936 sposa in Cornovaglia la focosa ballerina irlandese Caitlin McNamara, conosciuta nel pub Wheatsheaf a Londra. Mentre fa la proposta di matrimonio alla donna, il poeta è completamente ubriaco. Il loro rapporto burrascoso va avanti tra rotture clamorose e pubbliche riconciliazioni. Thomas diventa padre di tre figli e conserva come intento la costante ricerca del paradiso, seppur col suo animo impervio da poeta impetuoso, portando avanti la sua vita a tratti come la figura del Gobbo nel parco.

Il gobbo nel parco
Un signore solitario
Appoggiato tra alberi e acqua
Dall’apertura della serratura del giardino
Che fa entrare gli alberi e l’acqua
Fino alla cupa campana della domenica al buio
Mangiare il pane da un giornale
Acqua potabile dalla tazza incatenata
Che i bambini riempissero di ghiaia
Nel bacino della fontana dove ho navigato con la mia nave
Ho dormito di notte in un canile
Ma nessuno lo ha incatenato.
Come gli uccelli del parco, è arrivato presto
Come l’acqua si sedette
E Mister hanno chiamato Hey mister
I marinai della città
Scappando quando li aveva sentiti chiaramente
Audio disattivato
Passato lago e giardino roccioso
Ridere quando scuoteva il giornale
Gobbo in scherno
Attraverso il chiassoso zoo dei boschi di salici
Schivare il guardiano del parco
Con il suo bastone che raccoglieva le foglie.
E il vecchio dormiente
Solo tra nutrici e cigni
Mentre i ragazzi tra i salici
Ha fatto saltare le tigri dai loro occhi
Ruggire sulle pietre rocciose
E i boschetti erano blu di marinai
Fatto tutto il giorno fino all’ora della campanella
Una figura femminile senza colpa
Dritto come un giovane olmo
Dritto e alto dalle sue ossa storte
Che potesse stare in piedi nella notte
Dopo i lucchetti e le catene
Tutta la notte nel parco disfatto
Dopo le ringhiere e gli arbusti
Gli uccelli l’erba gli alberi il lago
E i ragazzi selvaggi innocenti come fragole
Aveva seguito il gobbo
Nel suo canile nel buio.

Si vanta, spesso anche esagerando, dei suoi vizi e della sua dipendenza dall’alcol e, nel raccontare le sue bevute, gonfia il numero delle pinte ingollate. Non che ce ne sia bisogno.

La fine scomoda

Tra il 1934 e il 1949 viaggia tra Europa e Stati Uniti, i suoi due mondi, e rimane a cavallo tra nuovo e vecchio mondo, favori, amici, figli in arrivo e debiti, eccessi e sregolatezze. Muore il 9 novembre 1953 a soli 39 anni al Saint Vincent Hospital di New York, dopo essere entrato in coma diversi giorni prima. La causa ufficiale sembra essere polmonite.
La morte non gli permette di completare un’opera che, postuma, sarà una tra le sue più amate, Under Milk Wood.
Il genio ribelle di Dylan Thomas ha adempiuto al suo compito terreno, non senza ricalcitranze esistenziali e stilistiche. Poeta maledetto assetato di senso, ha scritto di Morti e ingressi (Deaths and Entrances), presagendo forse, come tutti i poeti fanno, che proprio lui e il suo genio ribelle non sarebbero mai stati sconfitti dalla morte.

E morte non avrà dominio.
E i morti nudi saranno uno
Con l’uomo nel vento e la luna occidentale;
Quando le loro ossa saranno scarnificate e dissolte,
Avranno stelle ai gomiti e ai piedi;
Per quanto impazziti saranno savi,
Per quanto affondino nel mare torneranno a risorgere;
Per quanto gli amanti si perdano amore resterà;
E morte non avrà dominio.
E morte non avrà dominio.
Sotto i gorghi del mare
Giacendo a lungo non moriranno nel vento;
Torcendosi ai tormenti al cedere dei tèndini,
Legati a una ruota, pur non si romperanno;
Si spaccherà la fede in quelle mani,
E l’unicorno del peccato li passerà da parte a parte;
Strappati da ogni lato non si spaccheranno
E morte non avrà dominio.
E morte non avrà dominio.
Mai più possano i gabbiani gridargli agli orecchi
Né onde frangersi furiose sulle rive;
Dove fiore sbocciò possa fiore mai più
Sollevare il capo agli scrosci della pioggia;
Per quanto impazzite e morte come chiodi,
Le teste di quei tali martellano fra le margherite;
Irromperanno nel sole fin che il sole cadrà,
E morte non avrà dominio.

 

 


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