Lets’s talk about L’Aquila (dopo la mostra Panorama)

Lets’s talk about L’Aquila (dopo la mostra Panorama)
di Alessandro Tettamanti

A pensarci “Let’s talk about L’Aquila” – variazione di let’s talk about art, opera aerea di Maurizio Nannucci divenuto il motto dell’appena conclusa mostra Panorama svoltasi in città – potrebbe diventare il format di una serie di incontri. 

Una  mostra quella di Panorama, che per alcuni aspetti ha suonato un po’ come una sorta di sveglia mammoccio per la città, perché ha smosso qualcosa. 

L’effetto dirompente che ha portato è stato far riscoprire, in primis agli aquilani, che abbiamo un città molto bella, ricca di splendidi angoli, vicoli, palazzi, piazze, cortili per tutto il corpo del centro storico.

Non solo ‘asse centrale’, o meglio il Corso, quindi, non solo consumo e movida, non solo grandi eventi, street food et circensem, ma anche cura dei particolari, attenzione per un patrimonio comune, di ‘casa nostra’.

Ecco, “comune”, questo è il senso smarrito.

La prima cosa da fare è tornare a poter tornare a pensare la città in termini di “bene comune”. L’abbiamo ricostruita insieme, con soldi pubblici. La cittadinanza ha avuto un ruolo fondamentale per battersi affinché venisse ricostruita, si  è letteralmente rivoltata con le sue carriole per non farla lasciare in macerie, le stesse che gli sono cadute addosso provocando 309 vittime.

Deve poter quindi partecipare, per Statuto. Partecipare a scegliere la pavimentazione ad esempio. 

La ricostruzione o è un processo comune, o non è. Diventa qualcos’altro, di estraneo, scollato dal contemporaneo, in definitiva dalla vita, da noi. Diventa museo.

E’ possibile invece, anzi fondamentale, saper tenere in vita insieme cose differenti, comprese le due dimensioni di antico e moderno, di prima e di dopo, di residenti e turisti, di vita quotidiana ed eventi, come ci ha ricordato Panorama.

E’ importante che accanto alla sua bellezza ci sia vita, con cortili e palazzi quanto più possibili aperti, arricchiti di nuovi elementi contemporanei che facciano da ulteriore stimolo e possibile ricerca. E’importante che la cittadinanza comprenda che il posto in cui vive è bello, ed è anche il suo. 

E’ importante ridurre lo iato, lo scollamento che si è creato tra le persone e la città di cui siamo tutti e tutte proprietari per cittadinanza.

Panorama ha permesso di avere un motivo per riscoprire la città oltre il corso stretto e quindi di ri-scoprire la bellezza per esempio di Palazzo Nardis, Casino Branconio e Palazzo Rivera, ma accanto a questo, girando, si è anche potuta vedere davanti ai nostri occhi quasi increduli, una città ancora assente, non ricostruita, non abitata, dimenticata. 

In cui manca ancora del tutto la congiunzione materiale e sentimentale con le piccole parti riavviate del presente, e infatti non è per nulla omogenea, dato che manca la visione d’insieme. Basta guardare per terra: tutta quest’attenzione per la pavimentazione di un pezzettino di centro, e il resto?  Una serie di tracce diverse di catrame ed ex san pietrino lasciato lì tanto per, elementi che poi entrano in contatto in maniera orribile con la nuova pavimentazione.

Invece una cosa non è mai una cosa in sé, ma esiste nella misura in cui è in relazione con il resto, con l’altro.La parte materica sembra il riflesso della mancanza di relazioni umane a cui non si sta lavorando con le giuste politiche da dopo il terremoto, men che meno negli ultimi anni.

Bisogna far capire meglio per esempio ai più giovani dove si trovano, accogliendoli nel centro, dimostrandogli che è anche, ancora, il loro. Durante Panorama ha spiccato il prezioso lavoro degli studenti e le studentesse dell’Accademia della Belle arti che hanno fatto da ciceroni nelle varie location. 

Ci si è ricordati di avere dunque una risorsa come l’ Accademia delle Belle Arti, come sarebbe il caso di ricordarci che siamo un centro di studi e ricerca nei vari campi scientifici, umanistici ed artistici e che quindi dovremmo farli partecipare alla ricostruzione della città.  Sicuri che li stiamo facendo? A giudicare da quel che si vede, anche con la recente Perdonanza, si direbbe di no.

La drammatica povertà materiale e quindi educativa che coinvolge sempre più le famiglie, italiane o di origine straniera che siano – e che  drammaticamente riversa i suoi effetti sulle strade – può essere combattuta proprio a partire da un processo di riappropriazione e conoscenza della bellezza della città e quindi della nostra  comunità.

Ricominciando insieme a tessere la storia, ricomponendo i legami tra noi ed il passato, mettendoci in cammino verso un futuro comune.

L’esperienza del terremoto è stata dura, e dopo un primo momento di romantica rievocazione identitaria , alla lunga, bisogna fare i conti con uno smarrimento sociale dovuto ad un’ampia interruzione della vita, alla stanchezza, ai tempi che cambiano, alle politiche sbagliate o mai messe in atto, alla precarietà generalizzata della vita della maggior parte della popolazione.

Ora forse ci vuole meno romanticismo e più progettazione, e un pensiero di lungo termine che tenga tutto insieme. Senza aggrapparsi a un’idea aurea di passato mai esistito, sapendo che non dobbiamo tornare la città di prima o l’amministrazione di una volta, ma quella di dopo. Diversa, sempre migliore.


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