di Alessandra Prospero
Nella sempre più accesa partita commerciale tra Stati Uniti ed Europa, l’ex presidente e ora candidato repubblicano Donald Trump ha nuovamente spiazzato Bruxelles, minacciando con una lettera formale datata 12 luglio l’introduzione di dazi del 30% su tutto l’export europeo verso gli USA a partire dal 1° agosto. Un colpo potenzialmente devastante per l’economia europea – e non solo.

La traduzione del testo
Cara Signora Presidente,
È un grande onore per me inviarle questa lettera, poiché dimostra la forza e l’impegno del nostro rapporto commerciale, e il fatto che gli Stati Uniti d’America hanno accettato di continuare a lavorare con l’Unione europea, anche se con voi abbiamo uno dei nostri più grandi deficit commerciali. Nonostante ciò, abbiamo deciso di andare avanti, ma solo con uno scambio più bilanciato ed equo. Per questo, vi invitiamo a partecipare nella straordinaria economia degli Stati Uniti, il mercato numero uno al mondo, di gran lunga. Abbiamo avuto anni per discutere la nostra relazione commerciale con l’Unione europea, e abbiamo concluso che dobbiamo allontanarci da questi deficit commerciali grandi, persistenti e di lungo termine, generati dalle vostre barriere tariffarie, non-tariffare, politiche e commerciali. La nostra relazione, purtroppo, è stata tutt’altro che reciproca. A partire dal 1° agosto 2025, applicheremo all’Unione europea una tariffa di appena il 30% sui prodotti Ue inviati negli Stati Uniti, separata da tutti i dazi settoriali. I beni trasbordati per evitare una tariffa più alta saranno soggetti a quella tariffa più alta. Per favore, rendetevi conto che il numero 30% è molto meno di ciò che serve per eliminare la disparità di deficit commerciale che abbiamo con l’Ue. Come sapete, non ci saranno dazi se l’Unione europea, o aziende nell’Ue, decidono di costruire o produrre beni all’interno degli Stati Uniti e, infatti, fare tutto il possibile per far avere i permessi velocemente, in modo professionale e continuativo – in altre parole, nel giro di poche settimane. L’Unione europea permetterà un accesso completo e libero al suo mercato agli Stati Uniti, senza nessun dazio imposto nei nostri confronti, nel tentativo di ridurre il grande deficit commerciale. Se per qualche ragione deciderete di aumentare le vostre tariffe e reagire, allora, qualunque sia il numero che avete deciso di aggiungere, sarà sommato al 30% che noi vi imponiamo. Per favore, rendetevi conto che questi dazi sono necessari per compensare i molti anni di barriere tariffarie, non-tariffare, politiche e commerciali dell’Unione europea, che causano il deficit commerciale grande e insostenibile nei confronti degli Stati Uniti. Il deficit è una grande minaccia alla nostra economia e, invero, alla nostra sicurezza nazionale!Non vediamo l’ora di lavorare con voi come vostro partner commerciale per molti anni a venire. Se desiderata aprire i vostri mercati commerciali, che finora sono stati chiusi, agli Stati Uniti, e eliminare le vostre barriere tariffarie, non-tariffare, politiche e commerciali, allora noi, forse, prenderemo in considerazione una modifica a questa lettera. Questi dazi potranno essere modificati, al rialzo o al ribasso, a seconda della nostra relazione con il vostro Paese. Non sarete mai delusi dagli Stati Uniti d’America. Grazie per la vostra attenzione a questa questione!
Con i migliori auguri,
Donald J. Trump
La lettera a sorpresa alla Commissione Ue
Nella missiva indirizzata alla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, Trump non si limita a minacciare. Lancia infatti un aut aut, aprendo a una possibilità di compromesso: “Se desiderate aprire i vostri mercati commerciali, finora chiusi, agli Stati Uniti ed eliminare le vostre politiche tariffarie e non tariffarie e le barriere commerciali, allora potremo modificare la nostra posizione”. Parole che riecheggiano la logica dell'”America First”, già sperimentata nel primo mandato di Donald Trump, quando la diplomazia multilaterale fu sostituita da un approccio transazionale e assertivo. Allora come oggi, quella dottrina portò a scontri commerciali frontali con la Cina, ma anche a frequenti tensioni con partner storici come l’Unione Europea, colpevoli — nella narrazione trumpiana — di approfittare della debolezza americana in materia di commercio, sicurezza e industria.
Atto politico
La lettera inviata da Donald Trump alla Commissione europea, infatti, non è soltanto una minaccia economica, ma un atto politico deliberato, coerente con la sua visione unilaterale delle relazioni internazionali: quella che vede l’America come soggetto dominante in uno scacchiere globale regolato non da alleanze multilaterali, ma da rapporti di forza bilaterali.
La risposta europea: trattativa sì, ma pronti alle contromisure
La reazione europea non si è fatta attendere. Von der Leyen ha dichiarato di essere “pronta a continuare a lavorare per un accordo entro l’1 agosto”, ma ha anche alzato la soglia dell’allerta, affermando che l’Ue “adotterà tutte le misure necessarie per salvaguardare i propri interessi, inclusa l’adozione di contromisure proporzionate, se necessario”. Secondo la presidente della Commissione un aumento unilaterale dei dazi “interromperebbe le essenziali catene di approvvigionamento transatlantiche, a scapito di imprese, consumatori e pazienti su entrambe le sponde dell’Atlantico”. Un messaggio chiaro rivolto non solo a Trump, ma anche all’opinione pubblica e ai grandi gruppi industriali statunitensi, molti dei quali profondamente integrati con le economie europee.
Palazzo Chigi: “Scontro insensato, serve un accordo equo”
Anche l’Italia, attraverso una nota ufficiale di Palazzo Chigi, ha espresso “pieno sostegno alla Commissione europea”, definendo l’eventuale imposizione di dazi un “atto privo di senso” in un contesto in cui gli Stati Uniti e l’Unione Europea dovrebbero piuttosto rafforzare la cooperazione strategica, anche alla luce delle sfide comuni: energia, sicurezza, semiconduttori, difesa e crisi globali.
I settori a rischio e gli effetti sull’economia
Nel mirino dei possibili dazi americani potrebbero finire settori chiave del Made in Europe, come:
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l’agroalimentare (vino, formaggi, olio d’oliva),
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l’automotive (già nel mirino durante il primo mandato Trump),
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farmaci e dispositivi medicali,
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abbigliamento e beni di lusso,
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componentistica meccanica e aerospaziale.
Una tariffazione al 30% su scala così ampia equivarrebbe, di fatto, a una guerra commerciale, i cui effetti si propagherebbero su scala globale, contribuendo a rallentamenti nella crescita, aumenti dei prezzi, e una possibile instabilità finanziaria, in un contesto internazionale già scosso da guerre e tensioni geopolitiche.
Cosa succede ora: trattative
Con la data del 1° agosto che si avvicina rapidamente, il rischio è che le trattative si trasformino in una corsa contro il tempo. L’Unione Europea sembra intenzionata a evitare un’escalation, ma non intende cedere a imposizioni unilaterali, temendo un precedente che potrebbe spingere altri attori globali (Cina in primis) a seguire la stessa strada. Trump, intanto, cavalca il tema come cavallo di battaglia elettorale, promettendo ai suoi elettori maggiore protezionismo, reindustrializzazione e “più posti di lavoro americani”. Ma resta da vedere se, nei fatti, un simile approccio possa reggere senza danni collaterali anche per l’economia statunitense.
Cosa succede ora: minacce
A pochi mesi dalle elezioni americane, Trump torna a usare i dazi come strumento di pressione e propaganda, una mossa che parla al suo elettorato interno, ai lavoratori dell’industria pesante, ai produttori agricoli e ai sostenitori del protezionismo. Ma allo stesso tempo rappresenta una sfida diplomatica seria per l’Unione Europea, che si trova in una posizione delicata: da un lato, il dovere di difendere i propri interessi economici e la coesione interna; dall’altro, la necessità di evitare un’escalation che minerebbe il rapporto con un alleato storico, proprio in un momento di incertezza globale. La minaccia dei dazi è quindi anche un test politico: misurare quanto l’Ue saprà restare unita e parlare con una sola voce.
Cosa succede ora: scenari
Il rischio per l’Europa non è solo economico. È anche politico e strategico. Una risposta debole o frammentata potrebbe indebolire l’autonomia europea, rendendola più vulnerabile a pressioni future non solo dagli Stati Uniti, ma anche da potenze come Cina e Russia. La posta in gioco, insomma, non sono solo le tariffe, ma la capacità dell’Unione Europea di affermarsi come attore globale credibile, in grado di resistere a pressioni esterne senza cadere nel protezionismo né nel vassallaggio. La risposta, seppur diplomatica, dovrà essere ferma, coordinata e credibile.
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