Red
Le immagini che arrivano da Torino non lasciano spazio a interpretazioni: poliziotti accerchiati, fumo, fiamme e la ferocia di chi, con martelli e bastoni, ha trasformato una manifestazione contro lo sgombero del centro sociale Askatasuna in un campo di battaglia. La condanna della violenza è corale, ma dietro l’unanimità di facciata si consuma uno scontro politico profondo che rischia di trasformare un fatto di cronaca nera in un grimaldello per nuove, e sicuramente sproporzionate, strette autoritarie.
Se il Ministro dell’Interno Matteo Piantedosi accusa la sinistra di “ipocriti e surreali ragionamenti tesi a minimizzare”, la realtà delle dichiarazioni dice altro. Non ci sono stati “distinguo” da parte dei leader delle opposizioni. Elly Schlein (Pd) ha definito le immagini “inqualificabili” e la violenza “inaccettabile”, auspicando l’immediata individuazione degli aggressori. Sulla stessa linea Giuseppe Conte (M5S), che ha parlato di atti che “nulla hanno a che vedere con il dissenso democratico”. Anche il sindaco di Torino, Stefano Lo Russo, ha annunciato che la città si costituirà parte civile, distinguendo nettamente tra le migliaia di persone che hanno marciato pacificamente e le “frange violente organizzate e a volto coperto”.
È però nel campo del centrodestra che la reazione si fa politica di sistema. La premier Giorgia Meloni ha alzato l’asticella del linguaggio: per Palazzo Chigi non siamo di fronte a manifestanti violenti, ma a “soggetti che agiscono come nemici dello Stato”. Un lessico che sposta il piano dal reato penale alla categoria politica del “nemico“, concetto ripreso con ancora più foga dal Ministro della Difesa Guido Crosetto, che parla di “terroristi e guerriglieri spinti dall’odio”.
Questa retorica sembra voler preparare il terreno a una stagione di “tolleranza zero” che va ben oltre la gestione dell’ordine pubblico. Il richiamo di Meloni alla Magistratura, affinché eviti “episodi di lassismo”, suona come una pressione diretta su un altro potere dello Stato, quasi a voler commissariare l’interpretazione delle leggi vigenti.
La linea di demarcazione è sottile ma fondamentale. La democrazia italiana possiede già tutti gli strumenti normativi per perseguire chi aggredisce un poliziotto o devasta una città. Eppure, per i due vicepremier, la via d’uscita sembra essere solo l’inasprimento legislativo. Antonio Tajani collega direttamente i fatti di Torino alla necessità di “nuove norme sulla sicurezza“, mentre Matteo Salvini invoca il “nuovo pacchetto sicurezza” come unica soluzione possibile.
Il dubbio che sorge, osservando la velocità con cui la politica governativa ha cavalcato l’indignazione, è che si stia usando il sangue dei poliziotti feriti – tra cui giovani figli della nostra terra, come ricordato nelle cronache locali – per giustificare una contrazione degli spazi di dissenso.
L’Italia ha già vissuto stagioni di tensione e leggi speciali. La storia insegna che la sicurezza si garantisce con la presenza dello Stato e l’applicazione rigorosa delle leggi attuali, non con l’evocazione di nemici interni o con la produzione incessante di nuovi reati “ad hoc“. Se la violenza degli anarchici va isolata e punita con rigore, la risposta delle istituzioni non dovrebbe mai essere quella di trasformare l’eccezione violenta in un pretesto per comprimere le libertà civili di tutti.
Lo Stato vince quando applica il diritto, non quando risponde alla furia ideologica con una strategia della tensione legislativa. Le leggi ci sono: basta farle rispettare, senza trasformare la sicurezza in un’arma di propaganda.
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