Piano Casa Meloni-Salvini, Unione Inquilini: “Propaganda e sfratti veloci contro i più fragili”

Piano Casa Meloni-Salvini, Unione Inquilini: “Propaganda e sfratti veloci contro i più fragili”
07 Mag 2026

“Riprendendo e rilanciando le dichiarazioni della Ns Segretaria Nazionale Unione Inquilini Silvia Paoluzzi esprimiamo forte preoccupazione per il Piano Casa presentato ieri in conferenza stampa al Consiglio dei Ministri. Le dichiarazioni del Ministro Salvini, secondo cui in un solo anno verrebbero recuperati 63.000 alloggi di edilizia residenziale pubblica, appaiono come un’operazione di propaganda: i 1 miliardo e 700 milioni di euro annunciati sono infatti dilazionati fino al 2030. Una cifra distribuita su più anni non consente alcun intervento immediato di questa portata.”

Così in una nota Walter Rapattoni, Segreteria Naz.le Unione Inquilini-Coordinatore Abruzzo.

“Durante la conferenza stampa, la Presidente del Consiglio ha ripetuto più volte la parola “sociale”. Unione Inquilini osserva che questa insistenza non trova riscontro nei contenuti del decreto: un provvedimento che appare come un grande vantaggio per la speculazione privata e per i fondi immobiliari, che nei prossimi anni potrebbero beneficiare della progressiva erosione del patrimonio pubblico. A questo si aggiunge la figura del Commissario speciale, dotato di poteri in deroga su quasi tutto – tranne che sul penale. Una figura che rischia di trasformarsi in una sorta di sceriffo chiamato a muoversi nel deserto di un Piano Casa privo di una strategia pubblica, privo di partecipazione e privo di risposte strutturali.

Resta aperta una domanda fondamentale: perché un decreto? Perché tanta fretta, invece di coinvolgere le parti sociali e il Parlamento nella costruzione di un percorso condiviso, come sarebbe doveroso per una materia così complessa e strutturale?

Dopo anni di tagli, il Governo sembra accorgersi dell’esistenza di un “problema casa”. L’aumento dello stanziamento complessivo a 1 miliardo e 700 milioni per rendere agibili 60.000 alloggi oggi inutilizzati risponde solo in minima parte alle oltre 600.000 domande inevase di Comuni ed ex IACP. Non affronta il nodo centrale: rilanciare il servizio abitativo pubblico con misure strutturali e continuative.

Il Piano Casa presentato appare lontano dall’affrontare la gravissima crisi abitativa. Ripropone obiettivi insufficienti, non basati sui fabbisogni reali e ignora le fasce più fragili. In Italia oltre 1 milione di famiglie vive in povertà assoluta e in affitto, mentre ogni anno 40.000 famiglie ricevono una sentenza di sfratto. A tutto questo si risponde con 100.000 alloggi in dieci anni? E soprattutto, come si può annunciare il recupero di 60.000 case popolari in un anno quando le risorse – 970 milioni – saranno disponibili solo tra il 2027 e il 2034?

Assente dal Piano Casa il rifinanziamento del Fondo di sostegno all’affitto e del Fondo per la morosità incolpevole, strumenti essenziali per prevenire sfratti e impoverimento.

Preoccupa inoltre l’accelerazione delle esecuzioni di sfratti e sgomberi, che colpiscono in larga parte famiglie in difficoltà economica, senza alcuna garanzia del passaggio da casa a casa.

Particolarmente critico è il ruolo centrale attribuito ai soggetti privati nella realizzazione di alloggi a canone “parzialmente sostenibile”, in assenza di una strategia pubblica forte. Una scelta che rischia di orientare gli interventi secondo logiche di mercato, con effetti speculativi e a vantaggio della rendita e della grande finanza immobiliare.

Infine, il Piano Casa arriva in grave ritardo e senza un reale percorso partecipativo: i sindacati degli inquilini sono stati esclusi dai tavoli di confronto presso il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti. Un’assenza che indebolisce la credibilità del provvedimento e ne compromette la capacità di rispondere ai bisogni reali del Paese. Serve una grande risposta sociale e democratica.”

Dichiarazione di Silvia Paoluzzi, segretaria nazionale Unione Inquilini.

“Questo DDL rappresenta un attacco diretto alle famiglie che vivono la crisi abitativa. In un Paese dove ogni anno vengono emesse 40.000 sentenze di sfratto e dove si registrano 150 sfratti eseguiti ogni giorno, il Governo sceglie di accelerare ulteriormente le procedure invece di affrontare le cause reali dell’emergenza. Mentre l’inflazione, l’aumento dei tassi e il caro‑vita mettono in ginocchio migliaia di nuclei familiari, il Governo ha abolito il contributo affitto, unico sostegno nazionale per chi non riesce a pagare i canoni, e ha presentato un Piano Casa che, cancella di fatto l’edilizia residenziale pubblica, l’unico strumento strutturale capace di ridurre i costi dell’abitare.

Il DDL Sfratti interviene solo sul lato repressivo, smantellando tutele fondamentali. L’eliminazione dell’avviso di rilascio consente all’ufficiale giudiziario di presentarsi senza preavviso, il giorno successivo alla scadenza del precetto, come lo stesso testo ammette quando afferma che l’esecutato “non riceve più alcuna comunicazione relativa al giorno dell’accesso”. Per una famiglia in difficoltà significa non sapere quando avverrà lo sfratto, non avere il tempo di organizzarsi, non poter nemmeno tentare una mediazione o una soluzione alternativa.

Il rinvio dell’esecuzione viene ridotto a un’unica possibilità, per un massimo di 180 giorni, e solo in presenza di condizioni rigidissime: età superiore ai 75 anni, disabilità grave, malattia terminale o convivenza con una persona con disabilità grave o terminale da almeno un anno. Tutte le altre fragilità – minori, monogenitorialità, precarietà lavorativa, redditi insufficienti – semplicemente non esistono per il legislatore. Il DDL amplia inoltre l’uso della notifica per irreperibili, permettendo di considerare “notificato” anche chi non ha mai ricevuto nulla, sulla base di ricerche “nei luoghi ragionevoli”, una formula che rischia di trasformarsi in un automatismo a danno degli inquilini.

Il nuovo procedimento di ingiunzione di rilascio, immediatamente esecutivo, consente al giudice di decidere in quindici giorni e di rendere esecutivo il provvedimento senza attendere i tempi dell’opposizione. Su richiesta del locatore può essere applicata una penale pari all’uno per cento del canone per ogni giorno di ritardo, un aggravio insostenibile per chi è già in difficoltà. Anche lo sfratto per morosità viene irrigidito: i tempi per sanare si dimezzano e la possibilità di recuperare la morosità viene limitata a due volte in quattro anni, in un contesto in cui gli affitti crescono e i salari restano fermi.

La parte più inquietante del DDL riguarda però la possibilità che “enti” accreditati dal Ministero possano sostituire l’ufficiale giudiziario nelle operazioni di rilascio. Si introduce così un elemento di privatizzazione dell’esecuzione che consideriamo gravissimo: funzioni pubbliche, delicate e ad alto impatto sociale, potrebbero essere svolte da soggetti esterni, non pubblici e non imparziali. È una scelta che apre scenari pericolosi e che rischia di trasformare un atto dello Stato in un intervento privatizzato, con modalità che nulla hanno a che vedere con la garanzia pubblica e con la tutela dei diritti.

Una macelleria sociale prodotta dal DDL che ricadrà sui Comuni, che si troveranno con il “cerino in mano”: senza strumenti, senza risorse e senza politiche abitative.  I Comuni saranno chiamati a gestire l’impatto sociale degli sfratti senza avere né alloggi né fondi, con il rischio di un aumento esponenziale delle situazioni di emergenza.

L’assenza di misure di sostegno per le famiglie in difficoltà, unita alla crescita dei canoni e alla precarietà lavorativa diffusa, rende già oggi la precarietà abitativa insostenibile a livello sociale. In questo quadro, il DDL Sfratti non solo accelera gli sfratti, ma smantella le tutele minime che garantivano un equilibrio tra le parti.

Non possiamo inoltre non chiederci se questo provvedimento sia costituzionale, visto lo sbilanciamento che produce a sfavore delle famiglie in difficoltà, aggravato dalla mancanza di alcuna misura di compensazione.

Questo impianto rappresenta una vera e propria “caccia al povero”, un attacco frontale alle fasce più fragili della popolazione.

Serve una grande mobilitazione unitaria, una opposizione sociale e democratica contro un provvedimento profondamente iniquo e pericoloso per le conseguenze che provocherà nella coesione sociale.”


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