Nel mondo dei doppi standard, continuiamo a farci del male

Nel mondo dei doppi standard, continuiamo a farci del male
04 Apr 2023

di Fabio Pelini

Ci sono due notizie, nelle ultime ore, che non dovrebbero lasciarci affatto tranquilli. La prima era nota da tempo: la Finlandia, da sempre neutrale nella divisione per sfere di influenza, ha aderito ufficialmente alla Nato, allargando la tela che l’Alleanza Atlantica ha disegnato intorno alla Russia.

La seconda notizia è, se possibile, più allarmante della prima: Boris Gryzlov, l’ambasciatore russo in Bielorussia, ha annunciato che armi nucleari tattiche saranno spostate al confine occidentale del Paese alleato di Mosca, per garantire la sicurezza russa.

Si tratta di due scelte speculari, che potrebbero generare, nel conflitto tra Russia e Ucraina, una escalation dall’esito incerto e dalle prospettive inquietanti, nonostante di questa malaugurata ipotesi se ne parli da tempo, almeno dall’inizio dell’invasione russa, tanto da aver assuefatto l’opinione pubblica all’idea che in fondo, gridare al lupo al lupo, alla fine, finisca per disinnescare ogni paventato pericolo.

Eppure, le cose non stanno esattamente così. Se da una parte i Russi invasori stanno combattendo una guerra esistenziale, per esorcizzare la strategia statunitense di accerchiamento dell’uscio di casa loro con pletore di militari, dall’altro lato gli Stati Uniti stanno mirando all’egemonia in Europa, per indebolire irreparabilmente l’antagonista russo e garantirsi una posizione strategica nelle crisi che verranno.

Chi deve considerarsi la vera sconfitta, tuttavia, è l’Europa, completamente afasica rispetto alle mosse angloamericane, o forse sarebbe meglio dire totalmente subalterna a quegli interessi. Sentir parlare Jens Stoltenberg, segretario generale della Nato, ricorda quegli sketch anni Ottanta del corvo Rockfeller nelle mani del suo mentore Josè Luis Moreno. Atti deliberati di ventriloquismo.

A questo contesto, che temiamo gravido di conseguenze, dovremmo essere in grado di contrapporci, sfilandoci sensatamente dalla morsa delle propagande incrociate, e ragionando senza riflessi da ultras, perché in gioco non ci sono medaglie o coppe da conquistare, ma vite umane da salvaguardare ed un nuovo ordine mondiale da ricostruire. E allora, forse, per tirarci fuori dalle sabbie mobili di un confronto anchilosato su parole d’ordine che poco hanno a che fare con i bisogni dei popoli, dovremmo analizzare i dati per quello che sono. La verità è rivoluzionaria, si diceva un tempo.

Partiamo dunque da una terza notizia, o meglio da un’indagine, quella condotta da Amnesty International nel Rapporto 2022/2023 sulla situazione dei diritti umani nel mondo, che ha denunciato come i doppi standard e le risposte inadeguate alle violazioni dei diritti umani nel mondo hanno alimentato impunità e instabilità. E quali sono i doppi standard denunciati da Amnesty?

C’è solo l’imbarazzo della scelta, purtroppo. Ma forse val la pena soffermarsi su due casi di oggi e di ieri, per comprendere la logica dei doppi standard o, se preferite, delle doppie verità. L’allargamento continuo di Israele nella Cisgiordania occupata ha portato nel 2022 all’uccisione di 151 palestinesi, tra i quali decine di bambini e minorenni. E l’Occidente che fa? Invece di intervenire in qualche modo per porre fine al sistema di apartheid perpetrato dagli israeliani, fa finta di niente. In quella martoriata area del mondo, non vale il rapporto dicotomico invasori/invasi tante volte sbandierato per la guerra in Ucraina?

Anche riavvolgendo la matassa del tempo, le cose non vanno certo meglio. Alle 5:34 del 20 marzo del 2003, a Baghdad iniziarono le operazioni di guerra, ribattezzate dagli Usa e dagli alleati della coalizione dei volenterosi Shock and Awe (letteralmente “colpisci e terrorizza”): solo qualche giorno fa è ricorso il ventesimo anniversario dall’inizio di quella guerra, innervata sulla denuncia del possesso, da parte del regime di Saddam Hussein, di armi di distruzione di massa. Accusa miseramente evaporata, come si sa, ma intanto quel conflitto aveva generato un milione di morti. Una guerra di invasori e di invasi. Qui sarebbe ancora più facile applicare lo schema, ma nessuno lo fa.

Insomma, siamo stretti nella morsa della ferocia russa da una parte e, dall’altra, dell’ipocrisia degli stati occidentali, che hanno reagito con forza all’aggressione putiniana, ma hanno condonato – o ne sono stati complici – gravi violazioni dei diritti umani altrove. Il silenzio sui diritti calpestati in Arabia Saudita, in Egitto, in Etiopia, in Yemen, nel Myanmar, ad Haiti è assordante. Eppure, siamo nell’era dell’informazione continua e permanente, del web pervicace e onnipresente, dei social media che cadenzano le nostre vite, vomitandoci flussi mastodontici ed effimeri di informazioni. Che cosa c’è che non funziona, dunque?

In realtà nelle guerre, che si combattono sempre per interessi inconfessabili, vale la consuetudine, tante volte sperimentata, degli embedded, che sono i giornalisti che il conflitto lo raccontano al seguito dell’esercito di una delle due parti, accettandone protezioni e limitazioni, in primis a quel che si racconta. Il problema non secondario, però, è che ad esser diventata embedded è la rappresentanza politica che – a parte rare e contraddittorie eccezioni – non dà voce ad un’opinione pubblica che, in prevalenza, non crede alla narrazione unipolare dei mass media.

E, dopotutto, se l’Italia è al 58° posto nella classifica mondiale sulla libertà di stampa, una ragione dovrà pur esserci.


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