Red
L’Europa che è emersa dalle macerie del secondo dopoguerra non è stata solo un’unione geografica o economica, ma il più avanzato esperimento di civiltà mai tentato nella storia dell’umanità. Per decenni, il vecchio continente ha rappresentato un faro globale grazie alla capacità di coniugare la libertà individuale con un sistema di protezione sociale solido, universale e inclusivo. Questo modello di welfare, che ha garantito istruzione, sanità e dignità a milioni di cittadini, è oggi sotto attacco non da nemici esterni, ma da una trasformazione interna che sta spostando il baricentro delle nostre democrazie verso un pericoloso orizzonte di militarizzazione permanente. La stretta imminente dell’Unione Europea sul diritto di asilo è il primo, amaro sintomo di questa regressione: la “società aperta” sta cedendo il passo a una “fortezza blindata” dove il riconoscimento dell’altro viene sacrificato sull’altare di una sicurezza percepita ma mai realmente garantita.
Le destre che oggi governano ampie porzioni del continente stanno imponendo una visione politica fondata sulla securitizzazione estrema e sul riarmo. In questa nuova grammatica del potere, la pace non è più il fine ultimo, ma un intervallo tra una minaccia e l’altra. È paradossale notare come, in un momento in cui l’Europa e la NATO detengono la più poderosa forza militare della storia — una potenza tale da essere essa stessa percepita come una minaccia da gran parte del resto del globo — si tenti di convincere l’opinione pubblica di una fragilità imminente. L’Italia non è in guerra, non ha confini minacciati né potenze straniere pronte all’invasione. Eppure, le risorse che dovrebbero nutrire il benessere dei cittadini vengono sistematicamente drenate verso l’industria bellica. Si assiste a una vera e propria economia del conflitto che produce profitti record per pochi, mentre la qualità della vita della maggioranza declina sotto i colpi di tagli lineari ai servizi pubblici essenziali.
Questo clima di isteria collettiva è meticolosamente alimentato da una narrazione che trasforma la politica in una pedagogia della paura. Quando figure come Ursula von der Leyen dichiarano apertamente che la pace è finita e che non esistono alternative alla preparazione per una guerra ibrida, stanno operando uno smantellamento culturale del concetto stesso di Europa. L’avviso lanciato da Francia e Germania ai propri cittadini, affinché si preparino all’idea di perdere i figli al fronte, segna la rottura definitiva del patto sociale tra generazioni. Non si tratta di una necessità strategica oggettiva, ma di una scelta politica deliberata che preferisce il conflitto sociale e militare alla stabilità garantita dai diritti. In questo scenario, il riarmo diventa l’unico asset di investimento dello Stato, sostituendo la ricerca scientifica e l’innovazione sociale.
L’aspetto più inquietante di questa deriva è la gestione del dissenso. La costruzione del “nemico alle porte” giustifica forme di censura strisciante che svuotano la democrazia dall’interno. Le opinioni critiche vengono silenziate, i dibattiti impediti e le voci fuori dal coro etichettate come strumenti della propaganda avversaria. Il caso di Torino, dove lo storico Alessandro Barbero ha denunciato l’annullamento dell’evento “Democrazia in tempo di guerra“, è l’emblema di uno slittamento verso la morte della democrazia liberale. Se una città simbolo della Resistenza e della partecipazione civile cede a tali logiche, è evidente che il contagio è profondo. Chiedere a una giunta che si definisce democratica di prendere una posizione netta contro questa deriva non è solo una provocazione politica, ma un atto di autodifesa civile. Se dimentichiamo che la libertà di parola è l’essenza stessa di ciò che diciamo di voler proteggere, finiremo per somigliare esattamente a quel “nemico” autoritario da cui sostentiamo di doverci difendere.
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