Fine della luna di miele: la crisi del governo Meloni è più vicina

Fine della luna di miele: la crisi del governo Meloni è più vicina
27 Mar 2026

Red

L’attuale scenario geopolitico globale appare segnato da una profonda e inquietante incertezza, alimentata in larga parte da quella scriteriata azione di governo che, oltreoceano, ha preso il nome di trumpismo. Quello che doveva essere un nuovo ordine basato sul nazionalismo muscolare si è rivelato, col passare dei mesi, un generatore di instabilità permanente, rendendo il mondo un luogo decisamente meno sicuro e più imprevedibile. Questa onda d’urto, che per oltre un decennio ha gonfiato le vele delle destre radicali in ogni angolo del pianeta, sembra oggi aver perso la sua spinta propulsiva, trovando davanti a sé ostacoli che molti osservatori avevano sottovalutato.

In Europa, il panorama si presenta radicalmente diverso rispetto a quello statunitense. Le democrazie del Vecchio Continente, nate dalle ceneri dei totalitarismi del secolo scorso, conservano ancora intatti quegli anticorpi democratici capaci di arginare le derive autoritarie degli esecutivi. Se negli Stati Uniti il sistema dei pesi e contrappesi ha mostrato crepe preoccupanti, in Europa la struttura stessa degli Stati di diritto agisce come un freno naturale contro chi confonde il governare con il comandare. In questo contesto, le destre radicali, pur mantenendo consensi che solo vent’anni fa sarebbero parsi fantascientifici, sembrano aver raggiunto un tetto di cristallo difficile da infrangere, trovandosi costrette a fare i conti con realtà istituzionali che non permettono colpi di mano o stravolgimenti repentini dell’ordine costituito.

L’Italia rappresenta oggi un laboratorio politico di estremo interesse in questa fase di riflusso. Il governo guidato da Giorgia Meloni appare oggi più asfittico, intrappolato tra la necessità di mantenere le promesse elettorali e la dura realtà di una gestione quotidiana che fatica a trovare sbocchi. La crisi politica “di fatto” dell’esecutivo si manifesta nel tentativo costante di rilanciare su temi identitari come l’immigrazione, cercando al contempo una via d’uscita attraverso manovre di facciata, come il sacrificio di qualche sottosegretario o il lungo e logorante caso legato alla ministra Santanchè. Questi movimenti tattici, tuttavia, non riescono a nascondere una fragilità strutturale che è emersa con prepotenza di fronte al fallimento dell’unica vera riforma di sistema tentata in questa legislatura.

Proprio su questo terreno si è consumata una frattura silenziosa ma devastante. Esiste un bacino di circa quattro milioni di voti che è sfuggito completamente ai radar dei sondaggisti e che, nei fatti, ha espresso una sfiducia radicale verso il progetto di riforma del governo. Si tratta di una massa critica che non si riconosce nella narrazione ufficiale e che ha scelto di difendere l’impianto attuale dello Stato. Questo segnale indica che il tentativo di accentramento del potere e di erosione delle garanzie costituzionali sta incontrando una resistenza civile molto più profonda di quanto la propaganda di via della Scrofa voglia ammettere.

Un ruolo fondamentale in questa inversione di tendenza è giocato dai giovani. Le nuove generazioni, spesso descritte come distanti dalla politica tradizionale, stanno dimostrando una sensibilità inaspettata per i temi della legalità e della stabilità istituzionale. Il desiderio espresso con forza è quello di vivere in un Paese dove la Carta Costituzionale resti il pilastro inamovibile su cui si fondano i diritti e i doveri di ogni cittadino, indipendentemente dal colore del governo in carica. C’è una volontà chiara di restare lontani dalle follie ideologiche del movimento MAGA e dalle sue declinazioni locali, cercando invece una sicurezza che nasca dalla solidità delle istituzioni e non dal carisma di un leader pro tempore.

La retorica dello scontro frontale e della polarizzazione estrema inizia a mostrare la corda, lasciando spazio a una richiesta di concretezza e di rispetto per le regole del gioco. Sebbene sia prematuro affermare che il ciclo delle destre radicali sia giunto al termine, è innegabile che l’aria stia cominciando a cambiare. Gli ostacoli che oggi si parano davanti ai sovranismi non sono più solo di natura politica, ma culturale e civile. La democrazia, con i suoi tempi e i suoi riti, sta dimostrando di possedere una resilienza che potrebbe presto tradursi in un’accelerazione politica di segno opposto, riportando al centro del dibattito la protezione dei diritti universali contro le tentazioni dell’uomo solo al comando.


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