Il fumo che si è alzato sopra Crans-Montana porta con sé un retrogusto amaro che nulla ha a che fare con la cenere, ma molto con la nostra coscienza collettiva. Di fronte a una tragedia che ha spezzato vite e sogni di ragazzi giovanissimi, il silenzio della partecipazione e il rispetto per un dolore indicibile avrebbero dovuto essere le uniche risposte possibili. Invece, come un riflesso condizionato della modernità, si è messa in moto la macchina del processo sommario, quella che preferisce spostare l’indice dalle responsabilità strutturali alla condotta dei singoli, meglio se giovani.
Il cuore del problema rimane sepolto sotto le macerie della sicurezza mancata. È lì, nell’assenza di protocolli certi e nella negligenza di chi doveva garantire l’incolumità di quei ragazzi, che risiede l’unica, terribile colpa. Eppure, una parte del dibattito pubblico ha scelto la strada più comoda e insieme più meschina: quella del moralismo generazionale. Si punta il dito contro il divertimento considerato irresponsabile, rispolverando l’ipocrita retorica del “ai miei tempi non sarebbe successo”, come se l’anagrafe fosse un certificato di immunità dalla sventura o un metro di giudizio morale.
L’accusa più sottile, e forse più velenosa, riguarda quei cellulari rimasti accesi mentre il pericolo incombeva. Si suggerisce, con una cattiveria appena velata, che quei ragazzi siano rimasti intrappolati nel proprio narcisismo digitale, quasi a voler insinuare un concorso di colpa. È un meccanismo che spaventa per la sua somiglianza con certi precedenti giudiziari, come le sentenze, anche in Abruzzo più precisamente all’Aquila colpita del terremoto del 2009, che hanno tentato di colpevolizzare le vittime di catastrofi naturali per la loro “condotta incauta”. È la tentazione di trasformare la vittima in complice del proprio destino per sollevare il proprio mondo dalle sue mancanze.
Se alcuni ragazzi hanno filmato l’incendio invece di fuggire istantaneamente, non lo hanno fatto per sfida o per stupidità, ma perché agivano all’interno dell’unico paradigma che abbiamo loro consegnato: quello in cui la realtà esiste solo se viene documentata. Vivono in un mondo che abbiamo costruito noi, dove ogni istante deve diventare un contenuto, un ricordo digitale, un elemento da dare in pasto all’algoritmo. Non si può consegnare a una generazione un ecosistema basato sulla visibilità costante e poi condannarli se, nel momento del panico, si aggrappano allo strumento che definisce la loro esistenza quotidiana.
Il paradosso finale è il più crudele di tutti. Quei video, nati in un momento di incoscienza o di terrore, sono diventati in poche ore la materia prima per il circo mediatico. Gli stessi social e le stesse piattaforme che ospitano le critiche feroci ai “ragazzi con lo smartphone” sono i luoghi dove quegli stessi filmati vengono monetizzati, trasformati in trend topic e cliccati compulsivamente. In questo specchio deformante, la tragedia diventa intrattenimento e il giudizio diventa ipocrisia. Prima di condannare chi ha filmato l’abisso, dovremmo chiederci perché siamo così ansiosi di guardarlo attraverso i loro schermi.
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