Red
Tutti pronti per la grande metropoli. O quasi. Il sogno di una “Capitale dell’Adriatico” pulsante, cosmopolita e sconfinata – che nelle ambizioni pescaresi dovrebbe probabilmente competere con New York o perlomeno con Dubai – si farà. Ma senza fretta, perché le grandi opere richiedono tempo, pazienza e, a quanto pare, qualche provvidenziale proroga.
Il presidente del Consiglio regionale dell’Abruzzo, Lorenzo Sospiri, è stato chiaro durante la sua audizione in commissione consiliare: il processo di fusione tra Pescara, Montesilvano e Spoltore è inarrestabile. La Nuova Pescara sorgerà, maestosa e inevitabile. Tuttavia, l’orizzonte temporale del 2027, stabilito nero su bianco dal cronoprogramma, comincia a sembrare un po’ troppo stretto per le ambizioni della futura “Grande Mela” abruzzese. Ed ecco spuntare, all’orizzonte della costa, la fatidica data del 2029.
C’è qualcosa di quasi poetico nel modo in cui la politica locale gestisce la “febbre da metropoli”. Da un lato si evoca la grandezza, la “Capitale” che dominerà il mare; dall’altro si fa i conti con la prosaica realtà di tre comuni che devono capire come unificare uffici, scartoffie e servizi senza far impazzire i cittadini.
Sospiri rassicura: «La nuova città sarà costituita e si farà nel tempo necessario per farla per bene». Insomma, se i Comuni alzano la mano e chiedono più tempo per non inciampare sui dettagli (come, ad esempio, l’efficienza dei servizi offerti ai cittadini), la Regione è pronta a concedere la proroga. Il governatore Marsilio, d’altronde, ha già dato la sua benedizione all’eventuale slittamento. L’importante è non farsi distrarre dalle polemiche e tenere gli occhi fissi sull’obiettivo metropolitano.
Ma perché questo ritardo nella costruzione? Il campionario delle motivazioni sciorinato per giustificare lo slittamento è un vero e proprio classico della retorica istituzionale.
Tutto inizia con il peccato originale: i quattro anni di ritardo accumulati per colpa di una legge definita “fatta tardi e male” dal precedente governo regionale di centrosinistra. A questo si somma, inevitabile, la forza maggiore dei due anni e mezzo di pandemia. A completare il quadro arrivano poi le urne di troppo: due tornate elettorali, di cui una, figlia di un ricorso al Tar, giudicata dallo stesso presidente del Consiglio regionale come assolutamente superflua.
Un mix letale che impedisce di rispettare la scadenza del 2027, con la sacrosanta giustificazione che non si può certo scaricare tutto questo tempo perduto sui disagi dei cittadini.
Nel frattempo, la questione delle risorse statali destinate alla fusione rimane in un limbo di attesa. I primissimi fondi sono arrivati, è vero, ma il grosso del tesoretto atterrerà sui conti della nuova megalopoli solo a conclusione del processo. Un ottimo incentivo per non tirare la corda burocratica fino al 2030, magari.
Per ora, insomma, i pescaresi possono continuare a sentirsi cittadini del mondo, ad accarezzare l’idea di una metropoli sterminata che ingloba i cugini di Montesilvano e Spoltore in un unico, immenso abbraccio di asfalto e delibere. La Nuova Pescara si farà, la “Capitale dell’Adriatico” è in dirittura d’arrivo. Bisogna solo avere la pazienza di aspettare il 2029. O giù di lì.
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