Il nuovo manuale regionale traccia le regole, ma manca il personale per la “messa a terra” della legge
Si apre una stagione inedita per il mondo dell’accoglienza dei minorenni nella Regione Abruzzo. L’approvazione del nuovo manuale per l’autorizzazione dei servizi residenziali e semiresidenziali traccia finalmente un perimetro normativo certo, superando la frammentarietà che ha caratterizzato le procedure, fino a ieri profondamente diverse da comune a comune.
Il confronto istituzionale che ha animato l’Ente regionale in queste ore, coinvolgendo l’assessorato alle Politiche Sociali, la Procura dei minorenni e i rappresentanti delle cooperative, ha evidenziato come questo documento sia il frutto di un lungo percorso condiviso. L’impianto definisce le responsabilità degli enti locali e introduce un sistema di monitoraggio integrato tra magistratura e organi di garanzia.
Tuttavia, il vero banco di prova per questa riforma non risiede nella sua architettura burocratica. L’urgenza assoluta è ora prevedere gli aggiustamenti necessari per la “messa a terra” operativa della legge regionale, che rischia di scontrarsi frontalmente con una realtà drammatica: l’assenza cronica di personale qualificato a fronte dei rigidi parametri imposti.
Il punto focale dell’intera riorganizzazione istituzionale si gioca inevitabilmente sulla tenuta dei servizi e sulla pelle dei lavoratori. Attualmente, non meno di 300 educatori storici garantiscono la sopravvivenza del settore in Abruzzo, mettendo in campo competenze inestimabili acquisite in anni di vera e propria trincea sociale.
Di contro, i nuovi vincoli normativi spingono con forza verso l’obbligo esclusivo della laurea in Scienze dell’Educazione (L19). Una discrepanza insostenibile per la gestione dei turni: a fronte di un fabbisogno massiccio, le università abruzzesi sfornano ogni anno solo poche decine di laureati L19. Di questi, soltanto una minima percentuale sceglie come sbocco le comunità per minori, preferendo contesti con un carico emotivo inferiore.
Diventa quindi imperativo garantire l’equipollenza dei titoli o strutturare percorsi di riqualificazione per chi possiede già un solido bagaglio esperienziale. In questa direzione si muove l’intesa per l’avvio di corsi di alta formazione specifici con gli atenei, misura essenziale per non disperdere un patrimonio umano fondamentale.
Nella struttura di questa complessa transizione, è lecito domandarsi: il sindacato è pronto a un’interlocuzione forte e pragmatica con la Regione? La difesa di questi 300 posti di lavoro richiede un tavolo di crisi immediato. Le sigle sindacali dovranno fare da ponte tra le esigenze di adeguamento normativo della Regione e il diritto al lavoro di chi, da anni, regge sulle proprie spalle le sorti dell’inclusione giovanile nel nostro territorio.
L’analisi delle dinamiche lavorative si inserisce in un quadro nazionale di emorragia delle vocazioni. Nell’ultimo anno accademico, oltre il 35% dei posti disponibili nei corsi di laurea specifici in Italia è andato deserto.
A questo si aggiunge il nodo della sostenibilità finanziaria per i Comuni, chiamati a sostenere rette giornaliere spesso insufficienti a coprire i costi reali dell’accoglienza. Per scongiurare inaccettabili disparità territoriali e salvare i bilanci comunali, le istituzioni regionali hanno annunciato l’attivazione di una scheda di intervento tramite fondi europei da due milioni di euro. Un’integrazione indispensabile per garantire che imprese sociali e cooperative possano continuare a offrire un servizio pubblico primario senza rischiare il collasso gestionale.
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