L’AQUILA – Dopo più di due settimane di acampada, studenti e studentesse per la Palestina hanno deciso di muoversi in corteo direzione Rettorato, per insistere nella richiesta, rivolta al Rettore Edoardo Alesse, di interrompere i rapporti con l’azienda Leonardo “una tra le maggiori aziende di produzione e ricerca in campo bellico – hanno ribadito nel tragitto tra San Basilio e Piazza dei Gesuiti – , che produce le stesse armi usate dall’IDF e dallo Stato turco nel genocidio di palestinesi e curdi. Pensiamo – aggiungono – che i luoghi della formazione debbano tornare ad essere dei luoghi di pace e di accoglienza, lontani da derive nazionaliste, da pratiche di violenza, morte, distruzione dei diritti umani”.
Il movimento studentesco continua a chiedere ad Alesse “un incontro pubblico e formale per discutere delle nostre rivendicazioni”, ed ha esteso il suo appello Pro Palestina anche all’altra università presente in città del Gran Sasso Science Insitute.
Un incontro, in qualche modo, questa mattina è avvenuto, ma non ha lasciato soddisfatte ragazze e ragazzi: “Ci siamo trovate costrette a prendere parola interrompendo un convegno del sindacato della CGIL, svoltosi nell’aula magna del Dipartimento di Scienze Umane, ribadendo la necessità della componente studentesca in protesta di discutere delle rivendicazioni portate in piazza. Le risposte del rettore continuano ad essere tanto insoddisfacenti quanto gravi. Rispetto l’incapacità dell’Università di prendersi delle responsabilità sul rapporto con Leonardo, il rettore ha affermato infatti letteralmente che ‘ci sono implicazioni che volano mille volte sopra le nostre teste’. Pensiamo – continuano gli studenti e le studentesse pro Palestina – che questa affermazione scoperchi un vaso di Pandora, svelando quanto la privatizzazione dei luoghi della formazione abbia asservito completamente il sapere agli interessi dei privati, svuotando di qualsiasi ruolo trasformativo e decisionale le università”.
“Ad oggi – hanno ribadito i manifestanti – la ricerca come tutta la filiera formativa è totalmente assoggettata ad interessi di mercato e la questione diventa ancora più problematica quando questi interessi di mercato virano sempre di più verso un’economia di guerra. L’università non può non porsi domande sull’utilizzo delle proprie ricerche, legittimando politicamente, culturalmente ed economicamente un’industria che si basa su morte e distruzione”.
Il servizio di Alessandro Tettamanti:
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