Donato Angelosante Junior, tra Parigi e Roma: la carta come linguaggio dell’anima

Donato Angelosante Junior, tra Parigi e Roma: la carta come linguaggio dell’anima
16 Dic 2025

di Alessandra Prospero

Dopo settimane di intensa attività e riconoscimenti di alto profilo, Donato Angelosante Junior si conferma protagonista del panorama artistico contemporaneo, attraversando con successo due capitali simbolo della cultura europea. Tra Parigi e Roma, l’artista celanese ha consolidato il valore della propria ricerca: prima con la mostra alla storica Galerie Thuillier, dove le sue sculture in carta hanno affascinato pubblico e addetti ai lavori, poi con il conferimento del Premio Leonardo da parte della Fondazione Effetto Arte. Un momento chiave della sua carriera che diventa occasione per approfondire, attraverso questa intervista, visione, linguaggio e prospettive future di un percorso creativo sempre più riconosciuto a livello internazionale.

Ho intervistato l’artista per AbruzzoSera:

 

Le sue sculture in carta sono diventate un segno distintivo del suo lavoro: cosa rappresenta per lei questo materiale e perché continua a essere centrale nella sua ricerca artistica?

Grazie della domanda che mi dà modo di celebrare ancora una volta questo materiale povero ma prezioso, elegante eppure utilizzato per qualsiasi uso, substrato per la traccia scritta del verbo ma anche decorazione che presenta un’anima tutta sua. Una dignità che affonda le proprie radici nella notte dei tempi, fin da quando gli egiziani, ma ancor prima i cinesi, scelgono questo intreccio di fibre, papiro o riso, per depositare la parola creando un’immagine da ciò che per prima era solo suono. Ecco, credo sia proprio quest’ultimo passaggio la cosa che più mi ha motivato a scegliere di lavorare su questo materiale: rovesciarne continuamente il significato intrinseco, fino a decontestualizzarne la forza primitiva per poter assurgere a nuova icona decorativa, con l’intento però di rappresentare quella linea di contorno che nelle mie opere circoscrive continuamente l’universo.

L’esperienza alla Galerie Thuillier di Parigi ha avuto grande risonanza: che tipo di risposta ha ricevuto dal pubblico internazionale e quali differenze ha colto rispetto al contesto italiano?

Si, un’accoglienza di grande entusiasmo che a dir la verità mi ha un po’ spiazzato, dopotutto è la prima volta che espongo a Parigi e pensavo servisse più tempo alle mie opere per farsi conoscere meglio e più in profondità. Ma tant’è, all’arte non si comanda ed è sempre pronta a rovesciare di continuo le idee preconcette. La differenza che ho potuto notare con la critica e il pubblico italiano è che mentre noi, da padri del Rinascimento, siamo sempre un po’ attenti all’artigianalità, oramai persa e non più richiesta dal mercato, insomma a quell’antico sapere pittorico e scultoreo con il quale sembra quasi che in ogni nuova opera io e tutti gli altri artisti dobbiamo andare prima o poi a fare i conti, in Francia ho notato che in maniera più immediata ne è stato valorizzato   l’aspetto spirituale e filosofico.

Le sue opere sono attraversate da riflessioni filosofiche ed esistenziali: quanto il suo vissuto personale e il percorso umano incidono sul processo creativo?

Spesso sento dire da alcuni artisti che le proprie opere non hanno niente in comune con il loro vissuto, esperienze, carattere, fragilità, forza, ecc, quasi avessero il timore se non il terrore di mettere a nudo se stessi quale porta arcana per poter entrare in mondo oscuro, che poi altro non è che un mondo pieno di sensibilità. Ed io invece, penso proprio che si tratta di questo: ogni opera non è nient’altro che uno specchio fedele di ciò che siamo, in queto mondo o in uno ideale che ci siamo costruiti per ripararci da quello reale nella cui immagine riflessa noi ora non ci riconosciamo più. Un mondo verosimile, ma sempre creato dalla nostra mente.

Che ruolo hanno Celano e l’Abruzzo, il territorio da cui proviene, nella sua formazione artistica e quanto continua a influenzare oggi la sua poetica e il suo modo di fare arte?

Bè si, le radici, quando sono radicate profonde nell’anima, lasciano segni indelebili. Non credo tanto per la scelta del materiale o della tecnica, quanto per avermi regalato quell’impostazione di default che poi ci permette di operare ognuno di noi le proprie scelte. Probabilmente se avessi vissuto da alta parte oggi, chissà, starei intrecciando ferro e non carta, piuttosto che scolpire e non dipingere, ambito che comunque è stato il mio trampolino di lancio e al quale presto tornerò.

Il Premio Leonardo ricevuto a Roma rappresenta una tappa importante della sua carriera: che significato assume questo riconoscimento nel suo percorso e cosa conferma del lavoro svolto finora?

Un premio importante dedicato a colui che la critica, quasi a livello unanime riconosce come il massimo pittore di tutti i tempi. Mi lusinga, mi onora, mi da una grande forza per andare avanti e trovare nuovo propellente per darmi la spinta giusta, che non deve mai mancare, soprattutto in arte dove i famigerati vuoti di creatività sono famosi quanto temuti.

Guardando al futuro, quali nuove sfide artistiche e progettuali intende affrontare e in che modo immagina di continuare a raccontare, attraverso l’arte, le sue radici e la sua identità?

La mia fortuna, ma ho paura sia più una sventura, è quella di interessarmi di continuo a quasi tutti gli ambiti che l’arte mette a disposizione, come un bambino di fronte a un bancone di una pasticceria. E così capita che mentre stia debuttando in uno spettacolo teatrale le energie mentali vengano assorbite dalla nuova scultura in carta che sto realizzando e rischio spesso che uno dei due ambiti ne debba fare le spese. Però se dopo tanti anni ancora ci casco sarà perché in fondo in fondo mi piace così: più complicato ma la sfida è più affascinante. Quindi guardando al futuro non riesco a capire fin d’ora che direzione prenderò, ma una cosa è certa. Qualsiasi cosa o progetto porterò avanti sarà sempre in concomitanza con altre mille cose e laddove potrebbe sembrare a un occhio disattento stia perdendo tempo, io credo di cercare quasi in maniera spasmodica, attraverso i parallelismi e i codici nei diversi ambiti artistici, un po’ di polvere di stelle e chissà, forse, di architettura spaziale.


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