di Marianna Gianforte
L’Aquila potrebbe essere una città ciclabile. Ma non lo è. Non merita – e lo diciamo con grande delusione – alcuna stella al merito targata Fiab. Non merita – come sanno molto bene ciclisti amatoriali, famiglie, bambini che pedalano tutti i giorni in un groviglio di strade bucate e assolutamente insicure nell’intero territorio aquilano – di essere annoverata, per il secondo anno di seguito, tra i Comuni ciclabili Fiab, il riconoscimento assegnato dalla ‘Federazione italiana ambiente e bicicletta’ ai territori che “si distinguono per l’impegno nella promozione della mobilità sostenibile e dell’uso della bicicletta”.
L’Aquila, infatti, non è Reggio Emilia, una delle città che sta investendo di più sul cicloturismo; non è Ferrara, con il suo centro storico accessibile e collegato da chilometri di piste. Non è nemmeno Senigallia, dove di recente l’amministrazione ha avviato la realizzazione di 14 chilometri di rete ciclabile continua. Non è Pesaro, noto per le linee ciclabili urbane, organizzate come una metropolitana su due ruote, la Bicipolitana; e non si avvicina minimamente al concetto di viabilità intrapreso in alcuni Comuni delle Dolomiti, come Belluno e Treviso, dove negli ultimi anni si è investito moltissimo nella realizzazione di piste ciclabili in alcune strade che conducono ai principali passi dolomitici, dove la cultura ciclistica si respira ovunque.
Immaginate se si potesse realizzare un percorso ciclabile su parte della statale 17 bis che da fonte Cerreto conduce a Campo Imperatore, compatibile con il territorio protetto, avallando così finalmente un vero principio di ecosostenibilità all’interno del Parco nazionale del Gran Sasso, in balìa di camper, moto e automobili, un traffico aggressivo, inquinante, pericoloso e disturbante per la fauna selvatica.
Gli esempi di convivenza tra traffico cittadino e reti di ciclabili sono decine in Italia.
Val la pena ricordare anche la rete di 60 chilometri, frequentatissima, nata su una linea ferroviaria che collegava in passato Calalzo di Cadore a Dobbiaco, sempre sulle Dolomiti. Sul Lago di Garda, in Trentino, 165 chilometri di ciclabile collegano tre regioni: Lombardia, Veneto e Trentino. Una volta completata, sarà un itinerario panoramico unico, collegato anche a reti ciclabili europee come l’Eurovelo. Senza dimenticare, tra le tante opere realizzate al Sud, la pista sull’acquedotto pugliese, la via Silente (600 chilometri, che attraversa il parco nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni) e la ciclovia della Basilicata. O, in Abruzzo, la stupenda via Verde che costeggia la riviera adriatica.
Ma a suscitare sorpresa è anche un altro bellissimo progetto, ben più vicino a noi: nella vicina provincia teramana è da poco attiva la ‘Ciclovia dell’Appennino teramano’, un itinerario cicloturistico ad anello di 362 chilometri – come si legge sul sito dedicato – nato dal lavoro del Gal Gran Sasso Laga, che tra le montagne e le colline della provincia di Teramo e attraversa i percorsi della transumanza. La ciclovia è dotata di segnaletica già installata, autorizzata dai proprietari delle strade coinvolte, e cioè Anas, Provincia di Teramo e i dieci Comuni attraversati, “a garanzia – viene spiegato – della piena legittimità e riconoscibilità del percorso”. Chapeau. Non c’è che dire.

E L’Aquila? La città capoluogo d’Abruzzo intanto langue e resta indietro; e continua a non meritare un titolo Fiab assegnato perché il Comune “ha mantenuto gli incentivi per l’acquisto di biciclette a pedalata assistita” e per le iniziative realizzate nell’ambito della settimana europea della mobilità 2025, tra cui il ‘Bike to work day’ e il ‘Parking day’.
Peccato che si trattò di eventi della durata di poche ore, che nulla hanno lasciato in termini di cultura e di pratica del cicloturismo.
Gli incentivi del Comune all’acquisto e all’utilizzo delle ebike – avviato nel 2016 dall’amministrazione Cialente – stride fortemente con la realtà delle cose: un contesto urbano ed extraurbano in antitesi con il concetto di sicurezza stradale, ciclistica, pedonale e anche automobilistica, che fa arretrare a un livello bassissimo il principio della sicurezza sulle strade e in generale della mobilità sostenibile. Il centro storico dell’Aquila non è ancora del tutto accessibile, la viabilità è caotica e non funzionale, mancano le piste ciclabili e ciclopedonali. Manca la manutenzione stradale. Manca la cultura ciclistica, mentre invece abbonda l’odio verso i ciclisti. Persuadere, come fa insistentemente il Comune, gli aquilani e le aquilane a pedalare in bikesharing o ad acquistare bici elettriche per poi usarle su strade pericolose, suona come un cinico ragionamento di facciata.
E infatti l’arretratezza dell’Aquila sul piano della ciclabilità è sconcertante. A fotografarlo è il dossier ‘Ecosistema urbano’ del 2025 (https://lab24.ilsole24ore.com/ecosistema-urbano/?refresh_ce=1): la città è al 78esimo posto (su 106 città considerate) per la presenza di piste ciclabili sul suo territorio, considerando il parametro in metri equivalenti di piste ciclabili ogni 100 abitanti, possiede circa 17 chilometri di piste ciclabili. Un’inezia.
Per fare un confronto con città che hanno un numero di abitanti vicino a quello dell’Aquila: Cremona è terza, Cosenza seconda, prima è Reggio Emilia. Eppure, le risorse economiche per realizzare una rete ciclabile ci sono. O meglio, c’erano, perché intanto nel passaggio dalla Giunta regionale a guida Luciano D’Alfonso, a quella guidata da Marco Marsilio (2019) i fondi stabiliti nel Masterplan per l’Abruzzo (Patto per lo sviluppo) nel 2016 per la ciclabile dell’Aterno, che avrebbe dovuto collegare Capitignano a Molina Aterno per 90 chilometri, sono finiti in un tale groviglio amministrativo e politico da risultare quasi impossibile capire, dopo sette anni, davvero dove siano andati a finire.
Non solo. Nella città capoluogo d’Abruzzo sono piovuti negli ultimi anni importanti finanziamenti tra quelli per la ricostruzione pubblica, i fondi dedicati del Pnrr e del Fondo complementare sisma, oltre un miliardo dall’accordo di coesione Fsc 2021-2027 e risorse specifiche legate alla nomina a ‘Capitale italiana della cultura 2026’.
Ma nella città che ha esibito con grande enfasi il titolo di ‘Città dello sport’ sino al dicembre 2022, non è stato ancora mai realizzato un millesimo di quanto descritto nel ‘Piano urbano per la ciclabilità’ (Biciplan) che l’allora assessora di Fdl Carla Mannetti presentò nel 2021, e del quale l’unica eredità che vediamo oggi a intermittenza sono le strisce gialle emergenziali di promiscuità – almeno quelle! -. Poco altro è stato fatto negli ultimi dieci anni, a eccezione della pista ciclabile di Monticchio-Fossa, che venne però inaugurata nell’aprile del 2017, sempre dall’allora amministrazione comunale di centrosinistra e che Mannetti, nel corso dell’amministrazione successiva di centrodestra, fece rientrare nel Biciplan.
Si tratta di 6 chilometri degli 80 complessivi previsti nella ciclabile Molina-Aterno: appena il 7,5% del tratto previsto. Il progetto è illustrato nero su bianco nello studio di fattibilità che un gruppo di giovani tecnici dell’università dell’Aquila realizzò nel 2015 (qui il link per visionarlo https://sl1nk.com/xildifd), consegnato poi alla Regione Abruzzo (a seguirlo, allora, fu il consigliere del Pd Pierpaolo Pietrucci), e, infine, donato al Comune dell’Aquila. Da allora, archiviato quel primo step Monticchio-Fossa, tutto è fermo e tutto tace, lo studio di fattibilità ammuffisce nei cassetti mentre la città fatica a diventare davvero moderna, alla portata di tutti, in linea con le politiche europee per una mobilità urbana sostenibile.
Con buona pace per il Pums, il Biciplan e le tante conferenze stampa spese per poi fermarsi agli annunci.
IL DIMENTICATO PROGETTO DELLA CICLABILE DELL’ATERNO
Sciolta come neve al sole l’idea di ‘pista ciclabile dell’Aterno’, che avrebbe potuto fare da contraltare positivo in termini di cicloturismo alla ‘via verde dei Trabocchi’ e ora alla ‘ciclovia dell’Appennino’. La ciclabile dell’Aterno puntava a recuperare il tracciato della vecchia ferrovia L’Aquila-Capitignano a Nord, mentre a Sud il percorso avrebbe seguito il fiume Aterno, tra vecchi ruderi e aree archeologiche, in continuazione con il tratto già realizzato fino a Fossa e, da qui, sino a Molina Aterno.
Una volta completata, la pista ciclabile avrebbe abbracciato tutta la valle dell’Aterno, da Capitignano a Castelvecchio Subequo, passando per L’Aquila. Un itinerario di 90 chilometri ciclabili che, se si fosse stati davvero lungimiranti, avrebbe potuto essere persino arricchito con il trasporto delle bici sul treno per poter raggiungere anche le aree del Parco nazionale d’Abruzzo. Ma del progetto non si sa più nulla.
Proviamo a fare un minimo di storia. Risale al 2012 la sottoscrizione di un protocollo d’intesa tra il Comune dell’Aquila, la Provincia dell’Aquila, i Comuni dell’alta valle dell’Aterno – e con il coinvolgimento dell’università dell’Aquila – per attuare la pista polifunzionale, frutto della commissione regionale permanente Territorio, che istituì un tavolo tecnico per realizzare le piste ciclabili dell’alto e basso Aterno sulla base di un progetto unitario di pista polifunzionale.
Con la deliberazione di Giunta comunale n. 39 del 3 febbraio 2015, venne approvato lo schema di accordo quadro di cooperazione tra enti, soggetto attuatore sarebbe stato il Comune dell’Aquila. Quattro mesi dopo, la Regione Abruzzo concesse oltre 1,3 milioni di finanziamento (fondi Par Fas 2007/2013) per realizzare la porzione del lotto tre della pista, dalla frazione di Sant’Elia al Comune di Fossa, come già accennato. Successivamente, la Giunta regionale stanziò 10 milioni di euro per il tratto Fossa-Molina Aterno tramite il ‘masterplan Abruzzo – patto per il Sud’ (aggiornato nel 2016), ai quali si aggiunsero altri fondi dal programma Restart, sino a un totale di 20 milioni di euro per realizzare l’intera opera.
UN CONTENTINO DI 4,5 KM
È indiscutibile che qualunque infrastruttura in grado di togliere dal pericolo pedoni e ciclisti, che intervenga definitivamente sul degrado di un territorio funestato da discariche abusive persino a ridosso del fiume e che vada nella direzione di una mobilità sostenibile sia una buona pratica, quindi benvenuta. Tuttavia, ci si sarebbe aspettati, dopo tanti anni di narrazione sulla mobilità sostenibile, tra Pums, Biciplan e via discorrendo, finalmente una svolta nella trasformazione dell’Aquila in città ciclabile.
L’Aquila ospita, tra l’altro, da dieci anni, una delle gran fondo più attese del Centro-Italia, la ‘Gran fondo città dell’Aquila’, che coinvolge il suo territorio da Nord a Sud, nata nel post-sisma e dedicata, nella quinta edizione, a Mauro Mannucci, caporal maggiore degli Alpini investito e ucciso sei anni fa da un automobilista durante un allenamento in bici al bivio del Cermone, tra statale 80 e la statale 260, uno dei crocevia stradali più pericolosi dell’Aquila, dove recentemente – proprio alla luce di quella tragedia – l’Anas ha realizzato una rotatoria.
E invece, la grande montagna della propaganda è stata capace di partorire soltanto un topolino piccolo così: una pista ciclopedonale ad anello di appena 4,5 chilometri, inserita nel progetto ‘Bici in Comune’ promosso dal ministero per lo Sport allo scopo di “finanziare progetti che promuovano la mobilità ciclistica come strumento per uno stile di vita sano e attivo, oltre a favorire lo sviluppo del cicloturismo”, per il quale L’Aquila ha ottenuto 103mila euro. Secondo le intenzioni del Comune, il piccolo anello ciclabile dovrebbe puntare alla “realizzazione e riqualificazione di un itinerario cicloturistico digitalizzato che conduce al parco archeologico di Amiternum”.
Grandi cose, insomma. Ma soltanto sulla carta.
Quel piccolo anello ciclabile parte dal parcheggio della scuola della Guardia di Finanza, in via delle Fiamme gialle, e arriva a via Fontecchio, calcando un pezzo della vecchia ferrovia in realtà da sempre frequentato da tantissimi aquilani e aquilane per fare trekking, mountainbike, corsa. La mini ciclopedonale di ‘Bici in comune’ – ci domandiamo – ha preso in considerazione lo studio di fattibilità realizzato dall’ateneo aquilano per la ciclovia dell’Aterno? Studio, ricordiamo, pagato con i soldi pubblici e che, come spesso accade nell’Italia meno virtuosa, è stato abbandonato, soldi e tempo persi.

Non solo: la pistina di ‘Bici in comune’ sembra non rientrare minimamente nel progetto del Biciplan inserito nel Pums (che include, invece, correttamente, il progetto dell’Aterno), realizzato nel corso della prima amministrazione Biondi: la mano destra non sa cosa fa la mano sinistra, oppure non si è voluto avallare il lavoro dell’assessora Mannetti, non molto seguita dai suoi stessi colleghi?
Dunque, un pezzetto infinitesimale di ciclopedonale messo lì, senza alcuna pianificazione, che non va da nessuna parte, che si può soltanto percorrere ad anello (all’altezza della rotatoria di via Cagnano-via Fontecchio-via del Campo tornerà indietro verso il punto iniziale), senza collegamenti. Semplicemente conclude la sua corsa – è il caso di dire -, sulla statale 80, di fronte al teatro archeologico di San Vittorino, su cui, però, effettivamente non va a confluire, in quanto non c’è alcun progetto di attraversamento per consentire di raggiungere in sicurezza il sito romano.
L’intervento pecca di un’altra grande e seria mancanza: non prevede, all’altezza dello sbocco sulla statale 80, una soluzione che tolga davvero, e in modo definitivo, i ciclisti dal pericolosissimo tratto che insiste sul raccordo tra il Cermone e la rotatoria di San Vittorino, uno dei più pericolosi del territorio aquilano, dove, oltre al giovane Mannucci, poco più avanti, a ridosso del negozio di fiori, qualche anno dopo venne investito e ucciso l’ex finanziere del Soccorso alpino delle Fiamme gialle Emilio Ciammetti. Eppure, la soluzione ci sarebbe stata se si fosse seguito pedissequamente lo studio di fattibilità sulla ciclovia dell’Aterno: recuperare e sistemare la vecchia ferrovia oggi ricoperta di rovi e di piante, col tracciato ancora ben visibile, ma non presa nemmeno in considerazione.
La mini-pista ciclopedonale è stata annunciata con enfasi da tutto l’arco di maggioranza per quattro anni, ma “la posa delle prima pietra” è avvenuta il 25 giugno e, stando alle tempistiche, ha una straordinaria cadenza di fine lavori proprio a ridosso del voto amministrativo: aprile 2027.
I lavori, per dovere di cronaca, oltre alle risorse del ministero, sono finanziati dal Comune dell’Aquila con 500mila euro di fondi propri, ripartiti così: per quanto riguarda la prima linea di attività, per un importo di oltre 68mila euro (a eseguire l’opera sarà l’impresa ‘Fratelli Colarossi’, rup Pamela Giovannone, direttrice dei lavori Aurora Montereale). La seconda linea, la più cospicua, è destinataria di quasi 400mila euro e verrà posta in opera dalla ‘Edil costruzioni Gianneramo Sas’. La direzione dei lavori, in questo caso, è affidata a Fabrizio De Carolis.

C’è inoltre un altro aspetto da capire: come s’intende gestire la necessità di fornire parcheggi per chi vorrà fruire della mini ciclopedonale? Il punto di partenza è, infatti, a ridosso del parcheggio della scuola della finanza, che, però, è a servizio della scuola e, normalmente, è colmo oltre ogni limite, tant’è che proprio la futura mini ciclopedonale è costantemente intasata da decine di macchine e, data la penuria dei posteggi, gli allievi utilizzano persino un terreno adibito a parcheggio, rivelatosi abusivo e per un periodo posto sotto sequestro.
(1-continua)
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