L’illusione dell’ordine a colpi di manganello: il declino educativo e la risposta muscolare dello Stato
Red
Quando le luci dei riflettori si accendono sulle macerie di una piazze metropolitana e il bilancio recita oltre duecentosessanta giovanissimi scortati negli uffici della questura, la tentazione immediata delle istituzioni è quella di estrarre dal cassetto la solita ricetta emergenziale, rispolverando l’ennesimo decreto sicurezza da sventolare come un amuleto contromano. L’immagine di undicenni, dodicenni e tredecenni inquadrati e schedati tra le auto della polizia avrebbe dovuto provocare una scossa di vergogna e una profonda autocritica in un paese civile, e invece ha finito per produrre la solita parata di retorica punitiva, condita dalla certezza surreale che a sedare il disagio e la solitudine bastino uno scudo, un casco antisommossa e una minaccia penale. La risposta governativa appare tragicamente ridicola per la sua spaventosa sproporzione e per la palese incapacità di comprendere la realtà del presente: di fronte a una totale bancarotta pedagogica e sociale, l’unica risposta che l’apparato statale sa articolare è l’uso del manganello e la militarizzazione degli spazi pubblici, come se la repressione a posteriori potesse miracolosamente riempire i vuoti esistenziali, formativi ed emotivi di una generazione lasciata a se stessa.
Ciò che emerge dall’analisi dei protagonisti di queste giornate di guerriglia urbana non è affatto un blocco monolitico di terroristi o ideologi sovversivi, bensì un caleidoscopio di contraddizioni interne che rende ancora più surreale l’approccio repressivo delle forze dell’ordine. Da un lato c’è la componente dei ragazzi di seconda e terza generazione, indicati frettolosamente dalla solita narrazione etichettante come maranza, cresciuti nelle periferie iper-cementificate e dimenticate, spinti da un senso di rivalsa e di marginalizzazione identitaria dentro una società che li considera cittadini di serie B finché non si tratta di consumare i suoi prodotti. Dall’altro lato figurano i ragazzi cosiddetti italianissimi, figli della classe media o della provincia bene, giunti nel capoluogo spinti da un senso di noia opprimente, attratti dall’estetica dell’azione violenta e dal richiamo performativo dei social media. Un mosaico sociale apparentemente inconciliabile che trova un punto d’incontro imprevedibile nel nichilismo di massa, nell’assenza di prospettive e nella ricerca di una scarica di adrenalina in grado di rompere la routine di un’esistenza priva di riferimenti. A completare il quadro c’è perfino l’assurdità organizzativa della rivolta, facilitata dalla circolazione virale di vero e proprio materiale didattico e da guide tascabili per principianti distribuite sui canali digitali: libretti di istruzioni redatti come tutorial dove si spiegano con disarmante semplicità le strategie di protezione dai gas lacrimogeni, i diritti in caso di fermo e le modalità per tenersi per mano ed evitare la repulsione della folla. L’esistenza stessa di un manualetto del genere, concepito per permettere ad adolescenti e perfino a bambini delle scuole medie di muoversi dentro uno scontro di piazza come fosse un videogame offline, dimostra quanto il fenomeno sia sfuggito di mano alle famiglie, alla scuola e alla collettività, trasformando il conflitto civile in un’esperienza ricreativa ed estrema al tempo stesso.
Sotto una prospettiva strettamente sociologica, il fenomeno rivela un corto circuito profondo nella struttura del welfare e nella gestione dello spazio pubblico all’interno delle nostre città moderne. Il sovrapporsi della noia della provincia benestante e del riscatto violento della periferia post-coloniale mostra la rottura definitiva delle tradizionali agenzie di socializzazione: la famiglia ha perso la propria funzione normativa ed emotiva, la scuola si trova ridotta a un semplice esamificio privo di fondi e privo della capacità di intercettare le fragilità interiori, e il territorio è stato progressivamente depurato da ogni luogo di aggregazione gratuita e sana. I giovani oggi vivono confinati entro una duplice prigione, da una parte la vetrina digitale e l’iper-connessione social che mitizzano il consumo e la visibilità immediate, dall’altra l’assenza totale di spazi d’ascolto fisici e di modelli di riferimento adulti autorevoli. Quando la politica sceglie di trattare una palese manifestazione di disagio giovanile esclusivamente come una questione di ordine pubblico, dimostra la propria totale impotenza e la volontà di curare un cancro sociale ponendo un cerotto d’acciaio sulla ferita. Pensare di risolvere il crollo della trasmissione educativa tra generazioni imponendo pene più severe a dei ragazzini di undici o dodici anni o applicando fermi di prevenzione a tappeto equivale a voler spegnere un incendio versandoci sopra benzina ideologica.
La vera alternativa a questo circolo vizioso risiede esclusivamente nel ripensamento delle priorità dello Stato e nella scelta radicale di finanziare e potenziare i presidi educativi come infrastrutture primarie del paese. Salvare le nostre città significa prima di tutto riempire i territori di figure professionali capaci di operare laddove il malessere si genera, aumentando la presenza di educatori di strada, psicologi scolastici, assistenti sociali e mediazioni culturali attive ventiquattr’ore su ventiquattro nei quartieri a rischio e nelle periferie esistenziali della provincia. Occorre trasformare le scuole in centri comunitari aperti fino a sera, dotati di laboratori culturali, sportivi e artistici completamente gratuiti, capaci di sottrarre i ragazzi alla strada e all’isolamento dei dispositivi elettronici per restituire loro il valore della relazione e del rispetto dell’altro. Questo tipo di intervento, se strutturato con risorse imponenti e durature, non rappresenta soltanto l’unica risposta seria ed efficace all’esplosione della violenza giovanile nelle piazze, ma costituisce la risposta sistemica ai grandi mali che paralizzano il paese intero, poiché investire sulla prevenzione, sull’integrazione reale delle seconde generazioni e sull’abbattimento della dispersione scolastica significa ridurre drasticamente la microcriminalità futura, contrastare le povertà educative, liberare le carceri e ridare speranza a un tessuto sociale logorato dalla solitudine e dalla paura. Se lo Stato continua a credere che la risposta ai problemi della gioventù risieda nell’estensione dei poteri di polizia e nell’uso dei sfollagente, continuerà soltanto a raccogliere le macerie di una società in disfacimento, mentre il vero coraggio politico sta nel riporre i manganelli per fare finalmente spazio ai libri, all’ascolto e all’educazione.
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