Sanremo 2024, vince Angelina Mango e non solo: festival giovane, dentro la contemporaneità

Sanremo 2024, vince Angelina Mango e non solo: festival giovane, dentro la contemporaneità

di Alessandro Tettamanti

Ha vinto Angelina Mango e la  sua folgorante energia che ha stregato l’Italia intera con la sua “noia” nelle performance travolgenti a cui ha dato vita all’Ariston.

Una canzone molto ascoltabile ma non banale, in cui si riconosce la scrittura di Madame e la mano d’oro di Dardust.

Una classifica che vede nei primi sette posti cantanti e canzoni forti che si sono tutte meritate l’alto posizionamento, in una gara  che forse mai come quest’anno ha tracciato un solco tra la qualità delle prime postazioni e quelle più basse fino alla 30, con qualche importante eccezione.

Il secondo posto è di Geolier, un fenomeno. Una parte d’Italia, quella meno giovane,  non ha creduto semplicemente fosse possibile vederlo al primo posto, dove peraltro è rimasto nella classifica popolare del televoto (oltre il 60%!).

Il Festival torna a vincerlo una una donna, ma se avesse vinto Geolier sarebbe stata la prima vittoria di una canzone napoletana, interamente in lingua. Una canzone forte, strutturata , in cui il rapper ha messo tutta la sua emergente quanto sconfinata qualità. Proveniente da una Napoli che ormai, sul terreno ampio dell hip hop, si interfaccia direttamente al mondo, tanto è il fervore che da quella terra prende piede a livello sonoro e sociale .

Commovente è stata la difesa trasversale  – da Viola Carofalo di Potere al popolo a Roberto Saviano – del rapper 23enne di Secondigliano, fischiato durante la serata vinta di venerdì da un Ariston rimasto spiazzato.

Ma in generale è stato tutto il mondo dell’hip hop italiano a prendere le sue parti e a cercare di spiegare sui social cosa stava succedendo. Non sono chiare a tutti infatti le conseguenze della rivoluzione digitale che ha cambiato la musica e il suo mercato, in cui ora il rap anche in Italia fa da padrone e  che attraversano anche Sanremo.

La reazione del giovane Geolier ai fischi è stata straordinaria: umile e forte, concretizzata in una grande performance nella giornata finale, la risposta migliore.

Bello vedere Mango e Geolier alternarsi uno dopo l’altra nell’ultima serata, testimonianza della qualità musicale di una nuova generazione che sta facendo vivere la musica italiana, per la gioia anche dei discografici. Si può già immaginare un featuring tra i due talentassi e giovani artisti che otterrà ascolti da record.

Bisogna infatti pensare che ormai Sanremo è dentro il mercato e la scena musicale, non è più l’angolo fuori dal tempo della canzone italiana. Merito di Amadeus che ha ereditato la già buona  direzione artistica dell’ultimo Baglioni con cui è iniziato il rinnovamento .

Terza è arrivata Annalisa con una bella canzone e quarto quell’alieno di Ghali, il personaggio che ha portato sul palco la complessità maggiore, con il suo essere italiano vero, iniziando a cantare in arabo per finire con Toto Cotugno e prendendosi infine la responsabilità di pronunciare quelle due parole così pesanti come “stop genocidio”, che hanno tra l’altro, il merito di aver ridato all’Italia una maggiore parvenza di democrazia, in cui opinioni diverse possono trovare posto, anche – soprattutto – nel servizio pubblico della RAI.

Irama al quinto posto incontra i gusti della Sanremo più tradizionale, dal quale evidentemente non si può prescindere.

Sesto Mamhood che quest’anno è arrivato in riviera a fare il ragazzo cattivo, con una proposta molto diversa da “brividi”, molto più urban e non semplice. Per i nottambuli imperdibile in duetto nel dopo festival insieme a Tofu-Fiorello.

Infine il settimo posto di Loredana Bertè. Che dire? La sua intramontabile vena ribelle ormai fa parte del patrimonio nazionale, una specie di leggenda vivente, resistente e irresistibile, amata. “Pazza”.

Menzione speciale per Big Mama, che ha portato una bella canzone al festival con un messaggio convincente  quanto chiaro, che avrebbe meritato qualcosa in più. Da segnalare anche il coraggio di Dargen con la sua onda alta.

La cosa più bella del festival però è stata quest’anno il festival in sé. Tutt’altro che morto, ma rinnovato e contemporaneo, San Remo riesce a trascinare l’Italia in una dimensione unica di follia generalizzata, che forse è uno dei tratti migliori che si vedono di questi tempi nel bel Paese.


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