Il countdown è quasi terminato. Sabato 17 gennaio 2026, L’Aquila darà ufficialmente il via al suo anno da Capitale Italiana della Cultura. Un appuntamento storico che vedrà la partecipazione del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, atteso in città per il taglio del nastro della cerimonia inaugurale. Il progetto, che ha convinto il Ministero della Cultura, si fonda sul dossier “Un territorio, mille capitali”. Non si tratta di una celebrazione isolata del capoluogo, ma di un ambizioso programma policentrico che coinvolge i comuni del cratere, le aree interne e la città di Rieti, partner strategica di questo percorso. L’obiettivo è trasformare la cultura in un volano di coesione sociale e sviluppo economico per l’intero Appennino centrale.
Il palinsesto è imponente: sono previsti oltre 300 eventi distribuiti in 300 giorni. Dalla musica all’arte contemporanea, dai cammini storici alle nuove tecnologie, la programmazione mira a raccontare una città che, a 17 anni dal sisma del 2009, ha saputo trasformare il dolore della ricostruzione in energia creativa e resilienza.
L’arrivo di Mattarella sancisce il valore non solo culturale, ma profondamente istituzionale di questa nomina, che pone L’Aquila come modello di rinascita per l’intero Paese.
Però al di là dei nastri tagliati e dell’indubbio prestigio del ruolo di Capitale, la vera sfida per L’Aquila comincia ora. Essere Capitale Italiana della Cultura non può e non deve esaurirsi in una fortunata passerella di dodici mesi. La città ha l’obbligo morale e strategico di saper cogliere questa opportunità straordinaria per trasformarla in un beneficio strutturale, capace di generare ricadute positive sul tessuto economico e sociale ben oltre la fine del 2026.
Perché ciò accada, è però necessario un cambio di passo da parte di tutta la classe dirigente, di governo e di opposizione. È il momento di superare quegli ostacoli e quelle beghe di campanile che troppo spesso rallentano la crescita del territorio. Le divisioni, pur fisiologiche nel dibattito democratico, devono cedere il passo a una visione d’insieme. Solo mettendo da parte i personalismi e lavorando per l’interesse generale si potrà garantire che l’eredità di questo anno non sia solo un ricordo, ma una solida base su cui costruire il futuro della città.
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