Red
L’annuncio dell’incontro tra la seconda carica dello Stato, il presidente del Senato Ignazio La Russa, e i coniugi Trivellon del caso del “bosco” non può essere derubricato a semplice gesto di sensibilità istituzionale o umana. In un contesto democratico sano, la sofferenza di un nucleo familiare e le complessità di una vicenda che attiene alla sfera dei servizi sociali, della psicologia clinica e, non ultimo, della magistratura, dovrebbero restare confinate nelle sedi opportune: i tribunali e i centri di assistenza specialistica. Invece, la scelta della Presidenza del Senato di scendere nell’arena di una vicenda privata, trasformandola in un caso politico nazionale, assume i contorni di una manovra strumentale che sembra mirare direttamente al consenso elettorale in vista del prossimo appuntamento referendario. È una narrazione che solletica il “pancismo” di una parte di elettorato, offrendo una sponda istituzionale a chi vede nel sistema giudiziario un nemico da abbattere piuttosto che un pilastro della convivenza civile.
Ciò che appare più stridente, e per certi versi allarmante, è il tempismo di questo attivismo istituzionale. Mentre il Presidente del Senato decide di dare udienza a genitori carichi di problematiche che meriterebbero la cura silenziosa dei professionisti e non i riflettori della politica, una rappresentante della magistratura italiana, la presidente del Tribunale dei Minorenni dell’Aquila Cecilia Angrisano, si trova costretta a vivere sotto scorta anche a causa delle violentissime speculazioni politiche della destra. È il paradosso di uno Stato che, attraverso i suoi vertici, sembra voltare le spalle a chi difende la legalità e l’applicazione delle leggi — vittima di argomentazioni violente e minacce concrete — per privilegiare invece la ribalta mediatica di un caso di cronaca dai contorni che sarebbe bene, nell’interesse esclusivo dei bambini, lasciare alla gestione di chi è deputato. Questa gerarchia delle priorità istituzionali lancia un messaggio pericoloso: la legittimazione del populismo giudiziario a scapito della tutela di chi, nel nome del popolo italiano, esercita la funzione giurisdizionale in autonomia e indipendenza.
Questa vicenda diventa dunque la cartina di tornasole di una crisi più profonda che investe l’architettura stessa della nostra democrazia. La Costituzione Italiana, nel delineare la separazione dei poteri, non ha creato compartimenti stagni per puro esercizio teorico, ma per garantire che nessun potere possa prevaricare l’altro o, peggio, delegittimarlo per fini contingenti. Quando la politica invade il campo della magistratura, tentando di influenzare con la propria presenza fisica e simbolica l’esito o la percezione di procedimenti delicati, si incrina il patto sociale. Difendere l’operato dei giudici dalle aggressioni verbali e dalle strumentalizzazioni non è un atto di corporativismo, ma un dovere civile per preservare la tenuta democratica del Paese. In questo scenario, il “bosco” smette di essere un luogo fisico per diventare il simbolo di uno smarrimento istituzionale dove la ricerca del voto sembra contare più del rispetto dei ruoli e della dignità dello Stato.
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