Intervista a Pierluigi Ruggiero, musicista aquilano in giro per il mondo

Intervista a Pierluigi Ruggiero, musicista aquilano in giro per il mondo

di Fabio Pelini

In una città che periodicamente si interroga sul futuro da offrire ai propri giovani, la vicenda di Pierluigi Ruggiero, affermato violoncellista a livello internazionale, risulta emblematica. Classe 1974, Pierluigi vive tra L’Aquila e Berlino, dove ha una splendida bimba di due anni, ma è spesso in giro per il mondo con il suo inseparabile violoncello e una dose inesauribile di curiosità ed entusiasmo. Quasi una vita da romanzo la sua, impreziosita da un impegno concertistico e da produttore artistico che svolge prevalentemente all’estero e che, in circa vent’anni di attività, lo hanno portato ad esibirsi in oltre 2000 concerti in 45 diversi paesi del mondo, dagli Stati Uniti al Giappone, dall’America latina all’Europa. Un vero globetrotter della musica e, come lui stesso si definisce, “un cittadino del mondo per vocazione”. Nella sua veste di produttore oltre che di musicista, lo abbiamo apprezzato lo scorso anno nello spettacolo teatrale e musicale sulla transumanza “La stanza del pastore”, ideato insieme ad Alessandro di Loreto e Angelo de Nicola, e andato in scena in tutta Italia.

Lo abbiamo incontrato, in un torrido pomeriggio agostano, per ripercorrere alcune tappe della sua elettrizzante carriera di musicista e ragionare ad ampio raggio sulle opportunità che offre L’Aquila a chi vorrebbe fare della musica una ragione di vita.

La prima domanda è d’obbligo: quando è cominciata la tua lunga e ininterrotta storia d’amore con la musica?

La mia passione per la musica, come d’altra parte molte delle cose belle della vita, è iniziata per puro caso e in maniera del tutto inaspettata. Dopo le scuole elementari, spinto da mio padre, scelsi di fare le medie all’interno del Conservatorio. Cominciai in quarta elementare un corso propedeutico della durata di due anni. Scelsi inizialmente violino e pianoforte, ma la mia insegnante di propedeutica mi indirizzò verso il violoncello, che è uno strumento più vicino alla voce umana maschile, ha un’estensione di cinque ottave ed è uno strumento melodico. Mi esortò a sceglierlo, sottolineando che non me ne sarei pentito. Aveva ragione.

L’attività musicale richiede tante ore di studio che durante l’adolescenza finiscono per togliere tempo allo svago e agli hobby. Come hai vissuto quegli anni?

Sono stati durissimi, anni di sacrifici mentre i miei amici giocavano e si divertivano. Lo studio di uno strumento ad arco è molto difficile e ci vogliono anni prima di vedere i primi risultati. Ma non ho mai mollato la presa, perché avevo sempre ben chiaro il mio obiettivo, che era quello di fare della musica la mia professione. Da figlio di impiegata di banca e di militare, ho resistito alle sirene del posto fisso. Quando poi mi sono iscritto al Liceo Musicale – sempre all’interno del Conservatorio – ho potuto coniugare la passione per la musica al divertimento. Era un po’ come essere a Saranno famosi (nota serie televisiva degli anni Ottanta e Novanta n.d.r.), si faceva vita comunitaria dalla mattina alla sera, nascevano amicizie, amori, gruppi musicali. Vivevamo tutto il giorno dentro al Conservatorio.

Ricordare quegli anni ti fa emozionare, segno che davvero bisogna imparare a sognare prima di realizzare le proprie aspirazioni. Immagino l’emozione delle prime esibizioni in pubblico, la gratificazione per i primi soldi guadagnati…

Il mio debutto risale al 1987, avevo 13 anni, ricordo l’Arpem (Associazione Regionale per l’Educazione Musicale) del compianto Walter Tortoreto che organizzava un campus musicale estivo al convento di Fontecchio. Suonai davanti a Rita Levi Montalcini tre romanze di Goltermann. Prima di cominciare a suonare me la stavo facendo sotto dalla paura. Poi mi sciolsi, suonando a memoria. Conservo ancora l’articolo che Francesco Zimei scrisse su Il Messaggero. Fu un’emozione incredibile. Gli ultimi tempi al liceo, cominciai a guadagnare qualche soldo con piccoli concerti, serate, matrimoni. La strada era tracciata.

Buona la prima. Come hai proseguito?

Avevo intrapreso una strada sapendo di non avere il paracadute come molti, che abbandonata la musica si sono facilmente riconvertiti ad altri mestieri con l’aiuto delle famiglie. La svolta c’è stata a 18 anni, quando mi sono trasferito a Roma dopo 8 anni al Conservatorio: litigai con il Direttore, perché avevo vinto vari concorsi a livello nazionale (in Calabria, Puglia, Piemonte) e il Conservatorio non mi concedeva il nulla osta per andare a fare il recital di premiazione, in quanto sarei stato assente alle attività dell’accademia. Per me era inconcepibile dover rinunciare ad una gratificazione così grande, che ritenevo dovesse rappresentare qualcosa di prestigioso anche per la mia scuola di appartenenza. Non gliele mandai a dire. Sono sempre stato uno antisistema, non amo i compromessi, non ho tessere di partito in tasca, non sono legato a consorterie o massonerie varie. Dico quello che penso e questo l’ho sempre pagato caro.

In una grande città come Roma di opportunità ce ne sono molte…

Certamente, ma bisogna darsi da fare. A Roma cominciai a studiare privatamente con Jorge Schultis, un argentino primo violoncello dell’opera di Roma. Per poi diplomarmi da privatista a Santa Cecilia. Da quel momento in poi, le occasioni si sono moltiplicate, anche grazie alla mia disponibilità a viaggiare e spostarmi. Mi sono quindi trasferito in Svizzera, diventando allievo di Radu Aldulescu, caposcuola di violoncello. Sono stato anche a Milano con Rocco Filippini e a Fiesole. Dopo la Svizzera, portai la mia musica in giro per l’Europa e infine, nel settembre del 2002, vinsi l’audizione all’Accademia Listz di Budapest, una sorta di dottorato di tre anni che mi consentiva di perfezionare lo studio del violoncello e della musica da camera. Nel mentre, avevo iniziato a girare il mondo con l’attività concertistica, cominciando a fare anche il produttore di spettacoli.

Tra le tante esperienze all’estero quale ricordi come la più emozionante?

Sono almeno 4 o 5, non saprei scegliere. In Giappone, con una cultura molto diversa dalla nostra, l’impatto è stato forte e il pubblico molto caloroso. Ma in Argentina, Ungheria, Polonia e Turchia, per motivi diversi, ho vissuto esperienze indimenticabili. A Budapest suonai in diretta radiofonica, a Varsavia davanti al Primo ministro, in occasione del loro ingresso in Europa. Ogni volta è un’osmosi: do e raccolgo senza soluzione di continuità.

Con un curriculum del genere, perché i rapporti con questa città non sono mai decollati?

Potrei rispondere d’impulso Nemo profeta in patria! Ma non posso cavarmela così. Sai, io sono orgoglioso di essere nato a L’Aquila, sono cresciuto frequentando assiduamente la Barattelli negli anni Ottanta, poi gli anni al Conservatorio “Casella”, periodo indimenticabile. Ma a L’Aquila, purtroppo, spesso prevale un atteggiamento che tarpa le ali, che porta all’appiattimento, e chi prova a fare qualcosa non è visto di buon occhio, è sempre guardato con diffidenza. Ho provato a dare un contributo con tutte le mie forze, ma amministrazioni di ogni colore mi hanno fatto dannare, soprattutto per annose complicazioni burocratiche. E poi, visto che siamo nel periodo della Perdonanza, lasciami aggiungere una cosa…

Quale?

L’Aquila, che era la città di Nino Carloni e della Barattelli, che ha visto le esibizioni di Rostropovich, del Quartetto italiano, di Rubinstein, insignito anche della cittadinanza onoraria, è diventata una città dove oltre alla musica pop non si vede altro. Eravamo “la Salisburgo d’Italia”, oggi sembriamo la succursale di Sanremo.

Gli aquilani però sembrano apprezzare…

È la solita ricetta del pane e circo, comoda per la politica e utile per fare incassi. Noto un decadimento culturale generale e una tendenza alla massificazione della cultura, anche tramite social e web, e la politica invece di contrastare ed educare agevola questa tendenza. Con Raf, Mannoia o Morandi fai sbigliettamento facile e, soprattutto, acquisisci consenso. Sono artisti di primissimo livello ma, Sinfonica abruzzese a parte, da quando non si vede a L’Aquila un concerto sinfonico con un’orchestra da cento elementi? Sai che esperienza per i giovani musicisti del Conservatorio sarebbe assistere ad una sinfonia di Ciajkovskij, di Mahler o di Bruckner, oppure incontrare un alfiere della cultura italiana nel mondo come Riccardo Muti. Anni fa, per L’Aquila, passavano orchestre di prestigio internazionale. Non dico quaranta concerti l’anno, ma almeno uno stagionale sarebbe il minimo. La ricerca del consenso facile appiattisce la percezione del bello e della cultura verso il basso.

Quali saranno i tuoi prossimi impegni?

Sono in partenza per Olanda e Francia, dove ho in programma quattro concerti nelle prossime settimane. Poi, tra ottobre e novembre sarò in Spagna.


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