Intervista a Camilla Elleboro, autrice di “Tua, Lena”

Intervista a Camilla Elleboro, autrice di “Tua, Lena”
02 Lug 2025

di Melania Aio

Camilla Elleboro scrive con voce gentile e intensa, come chi ha appreso l’arte della malinconia nel silenzio delle stanze di famiglia. In un’ambientazione rurale e sussurrata, che conserva memorie nei muri e risposte sotto la polvere, la sua protagonista Ludovica, torna dove tutto è iniziato, ma non per nostalgia. Piuttosto, per mancanza di direzione. Appena laureata, impiglia nel vuoto del “dopo”, cerca un appiglio nell’unico luogo che non le chiede di dimostrare nulla: la vecchia casa della nonna. Una casa che sembra chiamarla, trattenerla, offrirle una tregua.  Tra lettere dimenticate, quiete campestre e presenze discrete, Ludovica intraprende un cammino interiore che non ha la pretesa di redimere, ma di riconoscere. Nella protagonista del romanzo non c’è eroismo, ma ostinazione quieta. Il suo passo è quello di una generazione che torna indietro per andare avanti, che rifugge la velocità per comprendere il proprio tempo interiore.

Tua, Lena” è un romanzo di soglia, in cui possono riconoscersi moltissimi giovani che si sentono un po’ persi, dove l’attesa diventa spazio narrativo e il dettaglio assume un peso enorme. Lo stile dell’autrice, limpido e contemplativo, non rincorre l’effetto, ma ascolta i silenzi, dando quasi voce anche agli oggetti.

Abbiamo incontrato Camilla, l’autrice del romanzo, per farci raccontare cosa si cela dietro le righe della sua opera.

 

Ciao Camilla! Partiamo dal principio. Com’è nato “Tua, Lena”? Da dove è partita l’urgenza di raccontare questa storia?

La stesura di Tua, Lena si è svolta durante un periodo di calma e serenità, in seguito però ad un periodo più intenso dovuto alla perdita di mia nonna. Riesco a scrivere solo se sono lucida, ma l’urgenza di farlo ha radici più profonde che toccano un’emotività inespressa e hanno a che fare con il mio carattere inquieto.

Nella solitudine e nella lentezza della campagna Ludovica ricostruisce un legame con Lena e con sé stessa. Perché questo scenario, e non la città o un altro contesto?
Ho scelto questa ambientazione perché in fin dei conti è quella che conosco meglio. Ho sempre vissuto in parti periferiche della città, dove la natura è prepotente e forte. Mi dà un senso di pace e mi schiarisce le idee. Volevo proprio che Ludovica vivesse un contesto differente da quello della grande città, come Roma, in cui ha studiato, e che anch’io ho frequentato e che mi stancava da morire.

Quanto c’è di autobiografico nel romanzo e quanto invece è invenzione narrativa?

Ho cercato di mettere il meno possibile di me, perché ci tengo a non emergere, ma ho scoperto che è molto difficile. Prima di tutto, perché scrivo di quel che conosco e che, spesso, mi riguarda. E poi perché tante delle emozioni che Ludovica vive mi hanno toccato da vicino durante la stesura, ed è stato quasi impossibile ignorarle. La solitudine, per esempio, è necessaria quando si scrive, anche se non sempre è piacevole. Inoltre, anch’io come Ludovica ho vissuto la stessa crisi a 25 anni in cui pretendevo di fare un bilancio della mia vita e mi impegnavo con tutte le forze per uscirne perdente. Tanto, però, è anche frutto della mia fantasia o, al massimo, degli aspetti altrui che rubo e che cerco di camuffare.

Il romanzo parla anche di silenzi familiari, vuoti, segreti. Che ruolo hanno/ hanno avuto per te?

È difficile rispondere a questa domanda. Direi che ogni famiglia ha una storia peculiare e, se vogliamo, complessa, e la mia non è un’eccezione. Non so se ci sono dei segreti di famiglia, io un po’ ci speravo quando, anch’io come Ludovica, ho trovato delle lettere di mia nonna, ma purtroppo non contenevano niente di interessante. Sicuramente nella mia famiglia ci sono dei silenzi, derivanti dal timore di uscire da un ruolo prestabilito da chissà quanto o dal dolore che alcuni ricordo rievocano: io fatico molto per uscire dal mio guscio, perché di natura sono introversa e non do molto a vedere, ma negli anni ho imparato che tutte le emozioni che non esprimo, il malessere che non dimostro e le parole inespresse si depositano da qualche parte dentro e mi fiaccano lo spirito e il corpo.

Cosa ti ha insegnato la scrittura di questo romanzo su di te, come persona e come autrice?

Come autrice mi ha insegnato che, come dicevo prima, ho bisogno di calma per scrivere. Di stare bene, perché, almeno io, non riesco a farlo se sono travolta delle emozioni. Poi ho imparato anche che occorre avere una disciplina se voglio dare vita davvero ad uno scritto coerente e continuativo, e quindi che devo limitare il più possibile le distrazioni e l’accumulo di impegni, il che per me è difficilissimo. Infatti, come persona, sono cambiata un po’ e ho imparato a dire qualche no di più per non sacrificare la scrittura.

Ultima domanda: se potessi regalare “Tua, Lena” a qualcuno che non conosci, chi sarebbe e perché?
Che bella domanda! Se potessi regalare il mio romanzo lo regalerei alla mia scrittrice vivente preferita, Isabel Allende, perché per anni mi sono nutrita – e mi nutro tuttora – delle sue storie, quindi la colpa per questa mia ossessione per la scrittura è anche un po’ sua.


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