di Melania Aio
Appena varchi la soglia del numero 49 di Corso Ovidio, Sulmona cambia ritmo. È come se il tempo si mettesse in pausa, per lasciarti entrare in un luogo che non somiglia a nient’altro. Lo studio-mostra di Simone D’Amico è un piccolo universo sospeso, un’esplosione di colori, figure, forme.
Ma più di tutto, sono gli occhi, quelli dipinti, enormi, obliqui, laterali, a catturarti subito. Ce n’è uno che sembra seguirti, un altro che ti osserva in silenzio, un altro ancora che ti accoglie.
Simone ti viene incontro con la stessa disponibilità con cui apre il suo spazio: ti racconta ogni quadro, ti spiega i dettagli, ti fa entrare nel suo modo di vedere il mondo. La sua arte è fatta di relazioni, intimità, memoria, ma anche di radici: Sulmona c’è, eccome se c’è, in ciò che dipinge. In una città dove, purtroppo, molte saracinesche si sono abbassate, questo studio è una luce accesa. Un rifugio artistico che parla al cuore. È proprio per questo che ho voluto incontrarlo. In un momento storico in cui si parla tanto di crisi sociale e culturale, sentivo il bisogno di raccontare una storia diversa: fatta di bellezza, impegno e presenza. L’arte, oggi, non è qualcosa da guardare a distanza: è qualcosa da toccare, da ascoltare e sostenere. Perché ci offre uno spazio per capire chi siamo, per ritrovarci. E chi la fa, come Simone, ha bisogno di essere visto e raccontato. Fare quest’intervista è stato il mio modo per dire che l’arte serve, che i luoghi come questo non devono restare nascosti, ma diventare parte attiva della vita di una città.

Simone D’Amico nel suo studio a Sulmona
L’intervista a Simone D’Amico
Ciao Simone, partiamo dal principio. Nei tuoi quadri emergono figure stilizzate ma estremamente espressive. Come hai sviluppato questa cifra stilistica così personale?
In realtà, non ho mai pensato di avere le doti di un grande artista, ma l’arte mi ha sempre appassionato sin da giovanissimo. Ricordo che ero attratto in particolare dai quadri di Picasso, Dalì, Modigliani e molti altri, e sono sempre stato una persona molto curiosa. Ho iniziato a dipingere da bambino quasi per scherzo e, in quella prima fase, è stato naturale per me prendere a modello ciò che amavo, assorbendo lezioni dalle loro audaci semplificazioni e dalla capacità di comunicare emozioni attraverso linee e forme essenziali. Col tempo, quasi inconsciamente, ho iniziato a filtrare queste influenze attraverso la mia sensibilità, trasformandole in qualcosa di mio. È stato un percorso graduale, fatto di sperimentazione e ricerca, che mi ha portato a sviluppare uno stile sempre più personale. Oggi mi capita spesso di essere riconosciuto proprio grazie a questa originalità ed è per me una grande soddisfazione.
Gli occhi sono ovunque nei tuoi quadri, sembrano quasi vivi. Cosa significano per te?
Gli occhi sono spesso protagonisti perché sono il mio strumento principale per comunicare. Li considero come il ponte più autentico tra il visibile e l’invisibile, tra ciò che è tangibile e il vasto universo delle emozioni, la porta d’accesso all’anima, un veicolo potente per esprimere le emozioni più vere e i pensieri più profondi. Attraverso di essi, la tela prende vita e si crea un legame diretto, quasi intimo, tra la mia arte e l’osservatore.
Nei tuoi quadri si riconoscono scorci di Sulmona… Che rapporto hai con la tua città?
Sulmona è molto più di un semplice sfondo nelle mie opere; è il mio punto di partenza e di ritorno. La sua bellezza, certo, è la prima cosa che cattura lo sguardo, ma per me Sulmona è soprattutto casa, le mie radici, la mia famiglia. È quel mix di gioia e malinconia che si avverte in ogni vicolo, la lotta silenziosa e la follia creativa che la pervade. Ogni pennellata che la ritrae è un pezzo della mia anima che resta qui, in questo luogo che mi ha formato e continua a ispirarmi profondamente.
Passiamo ai personaggi. Le tue figure sembrano sempre in bilico tra ieri e oggi. Che ruolo ha il tempo nei tuoi lavori?
I miei personaggi nascono da storie vere ed eventi realmente accaduti. La sospensione di cui parli nasce proprio da questo: sono figure che, pur apparendo oniriche sulla tela, sono sospese nel tempo non per un’assenza, ma perché fermate in quell’istante preciso, cristallizzato. Eppure, tra quelle pennellate, le emozioni sono in continuo movimento perché il tempo, nella mia pittura, non è una linea retta, ma un vortice di memorie ed echi. È il tentativo di rendere visibile come il passato non sia mai veramente “passato”, ma continui a pulsare e ad influenzare il presente, proprio come un eco che non smette mai di risuonare.
Nei tuoi quadri si percepiscono legami forti: amicizia, amore, intimità… cosa vuoi raccontare con questi rapporti?
Attraverso i legami umani nei miei quadri, che siano l’amicizia profonda o l’intimità più delicata tra i personaggi, cerco di esplorare e trasmettere l’universalità delle emozioni. È affascinante come, pur cambiando i volti e le storie, le tipologie di legame e le sensazioni che ne derivano rimangano costanti e riconoscibili per tutti. Credo che questo sia un aspetto fondamentale della condizione umana. E, onestamente, c’è anche un lato molto personale in tutto questo: sono una persona che non ama stare sola e che ha un profondo bisogno di condivisione. Per me, l’arte è anche un modo per elaborare ciò che sento, permettendo al pubblico di connettersi con quelle stesse emozioni in un dialogo silenzioso.
Che rapporto ha la tua arte con l’Abruzzo di oggi? C’è un dialogo con il territorio?
Parto dal presupposto che l’arte, per sua natura, trascende i confini regionali e appartiene al mondo intero. Credo sia fondamentale rompere con le generalizzazioni e le delimitazioni geografiche quando si parla di espressione artistica. Tuttavia, riconosco che l’Abruzzo, con la sua storia, i suoi paesaggi e la sua cultura, è una parte integrante del mio percorso e in qualche modo modella il mio sguardo. Facendo riferimento a quanto dici tu, a questo dialogo con il contesto culturale abruzzese contemporaneo, posso dirti che ho trovato in un’amica, Valentina Venti, un’opportunità straordinaria per far dialogare due forme d’arte apparentemente diverse. Lei è una scrittrice che spesso scrive versi o testi legati alle mie opere. È proprio grazie a questa collaborazione che ho scoperto, ad esempio, che non c’è differenza tra una poesia e un quadro. Lei scrive come io dipingo.
Se dovessi raccontare Sulmona con un solo quadro, quale scena dipingeresti?
Abbinerei una storia d’amore a un monumento simbolo di Sulmona, perché è proprio nell’intreccio tra l’umano e l’eterno che trovo la vera essenza di un luogo. È una chiave che ho già usato in passato e che mi permette di far vibrare il presente con la memoria, e viceversa.

Uscendo dallo studio di Simone, ho avuto la sensazione di portarmi dietro qualcosa. Non solo l’impressione di aver visitato uno spazio d’arte, ma di aver vissuto una vera e propria esperienza emotiva. In ogni tela c’è un pezzo della sua storia, ma anche uno specchio dove, in qualche modo, ci si può riconoscere.
Oggi, luoghi come il suo sono fondamentali. Perché ci ricordano che guardare davvero è un atto profondo, e che ogni città ha bisogno dei suoi artisti per continuare a raccontarsi al mondo.

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