di Alessandra Prospero
L’AQUILA – Nel 1963 Giovanni Fontana ha appena diciassette anni quando tiene la sua prima mostra personale alla Galleria “La Saletta” di Frosinone. Illustra racconti di genere fantastico e sperimenta già le possibilità di connessione tra letteratura e arti figurative.
Sessantatré anni dopo, quella ricerca non si è ancora esaurita.
Ha attraversato teatro, poesia visuale, nastro magnetico, voce, musica, performance, fotografia, video e tecnologie elettroniche, portando il proprio lavoro dalla provincia di Frosinone alla Biennale di São Paulo, alla Quadriennale di Roma, alla Biennale di Venezia e in centinaia di festival e manifestazioni internazionali.
Il 24 ottobre 2026, dalle ore 16, quel percorso arriverà al Palazzetto dei Nobili dell’Aquila, dove Giovanni Fontana riceverà il Premio alla carriera “Arte e Umanità” 2026, nell’ambito del Premio Hombres Itinerante.
Un riconoscimento che torna dopo sedici anni. Ideato da Dimitri Ruggeri nel 2010 nell’ambito della Biennale Marsica, il Premio “Arte e Umanità” venne attribuito nella sua prima edizione a Vittoriano Esposito, poeta, saggista e critico letterario abruzzese, tra i maggiori studiosi dell’opera di Ignazio Silone.
Nel 2026 il riconoscimento ritorna assumendo esplicitamente la forma di premio alla carriera, per iniziativa dello stesso Ruggeri, oggi direttore artistico della sezione Videopoesia e Poesia Performativa del Premio Hombres Itinerante, e di Tiziano D’Urbano Basile, presidente del Premio Hombres, fondato da Enzo D’Urbano.
La motivazione ufficiale del riconoscimento a Fontana sarà resa nota durante la cerimonia del 24 ottobre.
Ma per comprendere la portata di questo premio occorre tornare indietro nel tempo e seguire un percorso che attraversa più di sessant’anni di storia della poesia e delle avanguardie.
Giovanni Fontana, il “poliartista”
Nato a Frosinone nel 1946, architetto di formazione, Fontana ha scelto per sé una definizione precisa: poliartista.
Non è semplicemente un modo per riunire sotto un’unica parola le molte discipline praticate nel corso della sua vita. È piuttosto la dichiarazione di un metodo: rifiutare i confini rigidi tra le arti e considerare i diversi linguaggi come parti di un unico processo creativo.
Arti visive, architettura, teatro, letteratura, musica, fotografia, video e tecnologie elettroniche attraversano così il suo lavoro, ma il territorio privilegiato rimane quello della scrittura intermediale.
Già nella prima personale del 1963 è possibile intravedere questa direzione: parola e immagine vengono messe in relazione, anticipando un principio che accompagnerà l’intera produzione successiva.
Il teatro prima della performance
Un ruolo fondamentale nella formazione di Fontana è svolto dal teatro.
A partire dalla metà degli anni Sessanta lavora con gruppi teatrali di Frosinone, anche come attore. Nel 1968 fonda una piccola compagnia sperimentale, destinata successivamente a trasformarsi nell’associazione culturale di ricerca Teatro Nuova Dimensione.
Per il teatro scrive testi, realizza scenografie e lavora come musicista.
È un passaggio importante per comprendere ciò che avverrà in seguito nella sua poesia: la centralità del corpo, della voce, dello spazio e dell’azione non nasce improvvisamente con la performance poetica, ma affonda le proprie radici proprio nell’esperienza teatrale.
Negli stessi anni, tra il 1966 e il 1968, prendono forma le prime scritture verbo-visuali, mentre dal 1968 al 1972 Fontana sperimenta il suono attraverso il nastro magnetico, utilizzato anche nelle esperienze teatrali.
La pagina, insomma, comincia molto presto a non bastare più.
L’incontro con Adriano Spatola e Radio/Dramma
Negli anni Settanta arriva uno degli incontri decisivi della sua carriera: quello con Adriano Spatola, figura centrale della neoavanguardia e della poesia sperimentale italiana.
Nel 1977 Spatola pubblica per le Edizioni Geiger Radio/Dramma, opera emblematica della ricerca di Fontana: un testo collocato contemporaneamente tra poesia visuale, scrittura paramusicale, fonetismo, partitura d’azione e libro d’artista.
Un anno dopo, nel 1978, Fontana entra nella redazione di Tam Tam, la rivista di poesia fondata da Spatola e Giulia Niccolai.
È l’ingresso pieno in una rete internazionale della sperimentazione poetica. Fontana entra in relazione con protagonisti come Dick Higgins, John Giorno, Henri Chopin, Bernard Heidsieck, Julien Blaine e Jean-Jacques Lebel.
Nel 1979, ancora insieme a Spatola, organizza a Fiuggi la rassegna internazionale di poesia visuale e fonetica “Oggi Poesia Domani”, alla quale partecipano poeti visivi, sonori e performer provenienti da diverse parti del mondo.
Un episodio particolarmente significativo anche per il legame tra una ricerca ormai internazionale e il territorio nel quale Fontana è nato e ha iniziato a operare.
Quando la poesia diventa voce
È però la voce uno degli strumenti attraverso i quali la ricerca di Fontana assume la sua fisionomia più riconoscibile.
Le sue poesie sonore sono state trasmesse dalle tre reti Rai, dalla BBC, dalla BRT, dalla RNE e da numerose emittenti italiane e straniere.
Non si tratta semplicemente di leggere ad alta voce una poesia scritta.
Nella ricerca di Fontana la voce diventa materia poetica: respiro, ritmo, intensità, rumore, pausa, deformazione, ripetizione. Il testo non viene soltanto pronunciato, ma trasformato.
Microfoni, registrazioni, sovrapposizioni, elaborazioni elettroniche, immagini e video ampliano progressivamente il campo d’azione.
Il poeta non è più soltanto colui che scrive.
È colui che attiva il testo.
Dal testo-partitura alla poesia epigenetica
Da qui nasce una delle elaborazioni teoriche più importanti di Giovanni Fontana.
Il testo scritto può essere considerato non come il punto di arrivo dell’opera, ma come una partitura: una struttura dalla quale partire per generare ulteriori forme.
La performance introduce voce, corpo, gesto, spazio, suono, immagine e tecnologia. Ogni esecuzione può modificare l’opera e produrne una nuova configurazione.
Dopo aver elaborato il concetto di poesia pre-testuale, Fontana giungerà alla definizione di poesia epigenetica.
La poesia, in questa prospettiva, non è un oggetto immobile.
Accade.
Il testo contiene possibilità che l’azione performativa sviluppa e trasforma. La pagina non scompare, ma cessa di essere il luogo definitivo della poesia e diventa uno dei suoi possibili punti di origine.
È una concezione che consente di leggere in maniera unitaria un percorso apparentemente disperso tra tantissimi linguaggi: ciò che interessa a Fontana è precisamente quello che avviene tra un linguaggio e l’altro.
I romanzi sonori e la teoria della voce
Fontana è autore di scritture visuali, fonografie e videografie e ha pubblicato numerosi libri e dischi.
Particolarmente significativa è la definizione di “romanzo sonoro” attribuita a due sue opere: Tarocco Meccanico, pubblicato nel 1990, e Chorus, uscito nel 2000.
Anche qui le categorie letterarie tradizionali vengono sottoposte a tensione. Il romanzo incontra la dimensione acustica e la scrittura viene pensata contemporaneamente per l’occhio e per l’orecchio.
Alla produzione artistica Fontana ha sempre affiancato una consistente riflessione teorica e critica.
Tra i suoi lavori figurano La voce in movimento e Poesia della voce e del gesto, testi che indagano proprio la dimensione sonora e performativa della poesia.
Per la rivista Il Verri ha inoltre curato il CD Verbivocovisual. Antologia di poesia sonora 1964-2004, ricostruendo quarant’anni di sperimentazione intorno alla parola, alla voce e al suono.
Le riviste come laboratori di ricerca
C’è poi un aspetto meno immediatamente visibile ma fondamentale nell’attività di Fontana: la costruzione di luoghi di confronto culturale.
Ha fondato la rivista internazionale di poetiche intermediali La Taverna di Auerbach e la rivista di poesia sonora Momo (voci, suoni & rumori della poesia).
Ha fatto parte delle redazioni di Tam Tam e Baobab, l’audiorivista in cassetta creata da Spatola, oltre che di 3 vi tre. È stato nel comitato di direzione di Altri Termini, tra i fondatori di Dismisura e collaboratore di Anterem.
La sua attività si è estesa anche oltre l’Italia, attraverso le redazioni internazionali della canadese Inter e della francese Doc(k)s, oltre all’esperienza come corrispondente estero della rivista canadese Rampike.
Un’attività che dimostra come Fontana non abbia soltanto realizzato opere, ma abbia contribuito alla creazione e alla circolazione di una cultura internazionale della sperimentazione.
Oltre seicento mostre nel mondo
La dimensione internazionale del suo lavoro emerge anche dai numeri.
Con le opere verbo-visuali Giovanni Fontana ha partecipato a oltre seicento mostre in Europa, nelle Americhe, in Giappone e in Australia.
Tra gli appuntamenti più importanti figurano la XVI Bienal de São Paulo nel 1981, Italics 1925/1985 alla Columbia University di New York, la XI Quadriennale di Roma nel 1986, Brain Apartment alla 50ª Biennale di Venezia nel 2003, Poeti XXL. Maestri europei della Poesia visiva e la Biennale di Malindi.
Parallelamente, per decenni ha presentato performance e installazioni in centinaia di festival dedicati alla nuova poesia, alla performance e alle arti elettroniche.
Parigi, New York, Tokyo, Città del Messico, Shanghai, Berlino, Glasgow, Barcellona, Teheran, Québec, Ginevra, Valencia, Budapest, Marsiglia sono soltanto alcune delle città attraversate dal suo lavoro.
Una geografia vastissima, che testimonia come una ricerca nata a Frosinone abbia trovato interlocutori all’interno delle principali esperienze internazionali della poesia sperimentale.
Da Ennio Morricone a Stravinsky: l’incontro con la musica
Il rapporto con la musica costituisce un altro capitolo fondamentale.
Fontana ha scritto testi poetici per musiche di Antonio D’Antò, Ennio Morricone, Valerio Murat, Umberto Petrin, Antonio Poce, Luca Salvadori, Luca Vago e Roman Vlad e ha interagito con numerosi altri musicisti, tra cui Ambrogio Sparagna.
Ha fatto parte inoltre del gruppo Hermes Intermedia, insieme ai compositori Antonio Poce, Giampiero Gemini e Valerio Murat.
Tra i suoi lavori per musica figura anche una nuova versione dell’Histoire du soldat di Igor Stravinsky.
La sua attenzione alla storia delle avanguardie lo ha portato inoltre a interpretare testi di autori futuristi e dadaisti. Emblematica l’esperienza con Piedigrotta di Francesco Cangiullo, proposta in differenti versioni sonore e performative attraverso voce, percussioni, pianoforte preparato e live electronics.
Sul piano teorico e storico si è occupato anche di figure fondamentali della sperimentazione novecentesca come Anton Giulio Bragaglia, Oskar Schlemmer e Antonin Artaud.
Una storia collettiva della poesia sonora
Fontana ha inoltre attraversato alcune delle principali esperienze collettive della poesia sonora italiana.
Ha fatto parte de Il Dolce Stil Suono, insieme, tra gli altri, ad Adriano e Tiziano Spatola, Arrigo Lora Totino, Giulia Niccolai e Milli Graffi; di Fuoritesto, con Tomaso Binga, Enzo Minarelli e altri protagonisti della sperimentazione; e del gruppo Baobab.
Anche questo elemento aiuta a comprendere la sua idea di poesia: non soltanto opera individuale, ma terreno di confronto, contaminazione e azione comune.
I riconoscimenti di una lunga carriera
I riconoscimenti hanno accompagnato diverse fasi di questo percorso.
Nel 1987 a Fontana viene conferito il Premio della Cultura della Presidenza del Consiglio dei Ministri.
Nel 1990 riceve dall’Universidad Nacional Autónoma de México un riconoscimento per la propria attività poetica.
Nel 2008 arriva il Premio Eugenio Miccini alla carriera per la poesia d’azione, particolarmente significativo perché riconosce proprio quella dimensione performativa che rappresenta uno dei cardini della sua ricerca.
Ora, nel 2026, arriva il Premio alla carriera “Arte e Umanità”.
Da Vittoriano Esposito a Giovanni Fontana
C’è infine una suggestione particolare nel ritorno del Premio “Arte e Umanità”.
Nel 2010 il riconoscimento era andato a Vittoriano Esposito. Sedici anni dopo viene assegnato a Giovanni Fontana.
Due percorsi profondamente differenti, ma accomunati da una vita consegnata alla cultura.
Se Esposito ha rappresentato una stagione fondamentale della critica letteraria abruzzese e degli studi siloniani, Fontana incarna una delle esperienze più radicali dello sconfinamento poetico contemporaneo.
Il premio nato nella Marsica ritorna così all’Aquila per riconoscere una carriera che dalla provincia italiana ha raggiunto la scena internazionale senza mai recidere il rapporto con i territori nei quali quella ricerca è nata.
E forse proprio qui si trova il significato più interessante del riconoscimento del 24 ottobre: premiare una carriera non significa soltanto guardare ciò che un artista ha fatto, ma riconoscere quanto del suo lavoro continui ancora a interrogare il presente.
Nel caso di Giovanni Fontana la domanda rimane apertissima.
Perché dopo più di sessant’anni di ricerca, la sua poesia continua a chiedere alla parola di non stare ferma. Di uscire dalla pagina, prendere voce e corpo, contaminarsi con gli altri linguaggi e diventare, ogni volta, qualcosa che prima non esisteva.
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