La Fondazione della struttura protetta in provincia di Chieti rompe il silenzio: “Basta attacchi mediatici. Operiamo da 25 anni per il benessere dei minori in difficoltà”.
Non è solo una questione di reputazione professionale, ma di incolumità psicofisica per chi non ha voce. La Fondazione che gestisce la struttura protetta finita recentemente nell’occhio del ciclone in provincia di Chieti alza il muro contro quella che definisce una vera e propria “campagna denigratoria”. Una pressione mediatica definita insostenibile, che starebbe colpendo non solo le educatrici, ma soprattutto i minori ospiti del centro, vittime collaterali di una narrazione distorta.
La replica della Fondazione è netta rispetto ad alcune definizioni circolate nelle ultime ore. L’utilizzo di espressioni quali “prigione” o “41 bis” riferite a una comunità educativa rappresenta secondo l’ente una grave e inaccettabile distorsione della realtà, oltre che un’offesa non solo alla struttura protetta e ai professionisti che vi operano, ma soprattutto ai minori che vi sono accolti e tutelati. La nota chiarisce inoltre che ogni provvedimento organizzativo e ogni intervento educativo viene adottato esclusivamente sulla base delle indicazioni dell’autorità giudiziaria e dei servizi sociali competenti, e sempre nell’interesse esclusivo del minore.
Il centro teatino non è una realtà improvvisata, ma una comunità educativa che opera nel territorio da oltre venticinque anni. In questi decenni la struttura protetta ha rappresentato un punto di riferimento per le istituzioni, i servizi sociali e il sistema giudiziario minorile, lavorando in rete con scuole, associazioni ed enti pubblici. L’équipe è composta da educatrici professionali laureate e specializzate, coordinate da una psicoterapeuta con esperienza ventennale nella cura dei traumi evolutivi, il cui obiettivo primario resta il benessere psicofisico e lo sviluppo armonico degli ospiti.
Secondo la Fondazione, l’attuale esposizione mediatica, con telecamere e obiettivi quotidianamente puntati sulla struttura protetta, rappresenta un fattore di forte stress e di ulteriore vulnerabilità per bambini e adolescenti che già vivono situazioni personali complesse. Per questo motivo, l’ente chiede agli organi di informazione di spegnere al più presto i riflettori, come atto di tutela e di responsabilità verso chi non può difendersi, confidando in un rapido ritorno a un’informazione responsabile, rispettosa e aderente ai fatti, che protegga la riservatezza dei minori.
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