21 gennaio 1921: la nascita del PCI: l’eredità democratica (e morale) del PCI

21 gennaio 1921: la nascita del PCI: l’eredità democratica (e morale) del PCI
21 Gen 2026

Red

Il 21 gennaio 1921, tra le mura del teatro Goldoni di Livorno, non si consumò soltanto una frattura politica tra le file del socialismo italiano, ma ebbe inizio un’esperienza umana e sociale destinata a ridefinire i confini della cittadinanza e dello Stato. Quella scissione, nata sotto l’urto della Rivoluzione d’Ottobre, trovò in Antonio Gramsci non solo un fondatore, ma l’architetto di un’impalcatura intellettuale senza la quale il comunismo italiano sarebbe rimasto un fenomeno marginale. Gramsci, prima con la rivista “Ordine Nuovo” e poi dal silenzio forzato del carcere fascista, operò una rivoluzione nel pensiero marxista: intuì che in Occidente la presa del potere non poteva avvenire tramite un assalto frontale al “Palazzo”, ma richiedeva una lunga “guerra di posizione” volta a conquistare l’egemonia culturale. Per Gramsci, il partito doveva essere il “Moderno Principe”, un organismo capace di unificare le masse popolari e gli intellettuali attorno a una nuova visione del mondo, trasformando la subalternità in consapevolezza politica.

Questa profondità di pensiero si tradusse in azione durante il ventennio fascista, quando il PCI divenne l’unico argine organizzato alla dittatura attraverso la clandestinità e il confino. Tuttavia, è nel contributo alla Resistenza che il partito compì il suo passaggio alla maturità istituzionale. Le Brigate Garibaldi non furono semplici formazioni paramilitari impegnate nel sabotaggio e nella lotta antifascista e contro le truppe di occupazione tedesche, ma rappresentarono una vera e propria “scuola di democrazia” per migliaia di operai, contadini e studenti. In quelle formazioni, le azioni contro l’occupante nazista e il collaborazionismo fascista si fuse con l’educazione politica, gettando le basi per un’Italia nuova. La Svolta di Salerno, impressa da Palmiro Togliatti su ispirazione del pragmatismo gramsciano, fu l’atto di realismo politico supremo: anteporre l’unità nazionale e la liberazione del Paese alla rivoluzione immediata. Questa scelta permise ai comunisti di essere protagonisti assoluti insieme ai cattolici e ai socialisti nella scrittura della Costituzione, dove il loro apporto fu decisivo nel definire il lavoro come fondamento della Repubblica e nell’introdurre il principio dell’uguaglianza sostanziale, che impone allo Stato di rimuovere gli ostacoli economici e sociali che limitano la libertà dei cittadini.

Nel dopoguerra, il PCI divenne una “chiesa laica”, una struttura di massa che offriva protezione, identità e cultura in una nazione che si stava faticosamente ricostruendo. Questa fase di integrazione democratica trovò il suo interprete più carismatico e amato in Enrico Berlinguer. Il suo profilo, segnato da un rigore morale quasi ascetico, incantò l’Italia degli anni Settanta e ottanta. Berlinguer portò a compimento il distacco da Mosca con l’Eurocomunismo, dichiarando apertamente che la via italiana al socialismo non poteva prescindere dalla democrazia e dal pluralismo. La sua intuizione del “Compromesso Storico” con la Democrazia Cristiana di Aldo Moro non fu una manovra di potere, ma il tentativo disperato di mettere in sicurezza il sistema repubblicano sotto l’attacco incrociato del terrorismo e della crisi economica. Negli ultimi anni della sua guida, Berlinguer sollevò la “Questione Morale”, una tesi politica profonda secondo cui i partiti, occupando le istituzioni per fini clientelari, stavano recidendo il legame vitale con la società. Quella denuncia, unita alla sua riflessione sull’Austerità come occasione per un nuovo modello di sviluppo meno consumistico, resta l’ultimo grande lascito ideale del partito prima che la fine del “secolo breve” e la caduta del Muro di Berlino imponessero ad Achille Occhetto la sofferta Svolta della Bolognina. Il PCI scompariva dalla scena lasciando in eredità un senso dello Stato e una passione civile che ancora oggi, a distanza di decenni, rappresentano una pietra di paragone imprescindibile per la politica nazionale e per la nostra memoria.


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