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Intervista a Goffredo Juchich: “Il sociale non è assistenza, è futuro condiviso”
Il traguardo è fissato per settembre 2026, ma il bilancio di dieci anni di attività dell’Impresa Sociale “Crescere Insieme” è già nei numeri e nei volti di chi ha abitato le sue strutture. Abbiamo incontrato il responsabile, Goffredo Juchich, per ripercorrere una storia fatta di resilienza aquilana e innovazione sociale.
Juchich, mancano pochi mesi a quel settembre 2026 che segnerà il vostro primo decennale. Che sensazione prova guardandosi indietro?
Vedo una strada lunga, a tratti impervia, ma luminosa. Settembre 2026 è un traguardo simbolico, ma se guardo indietro vedo soprattutto i volti: oltre cento ragazze e ragazzi che hanno abitato le nostre strutture, mamme che cercavano protezione e bambini che qui hanno ricominciato a giocare. Ogni percorso è stato un mondo a sé. Ma questo decennale appartiene soprattutto a chi lavora nell’ombra: l’equipé attuale è il motore instancabile di ogni nostra azione, supportata dalle decine di professionisti che negli anni hanno incrociato il nostro cammino. Senza di loro, ‘Crescere Insieme‘ sarebbe rimasta solo una bella intenzione su carta.”
Siete nati da un gruppo di giovani. Come rispondete alla narrazione spesso negativa sulle strutture d’accoglienza?
G.J.: “Siamo nati con una missione racchiusa nel nome: Crescere Insieme. E non era solo riferito ai ragazzi, ma anche a noi come professionisti. Credo che l’obiettivo sia stato centrato. Non c’è narrazione negativa, falsa o fuorviante sulle strutture d’accoglienza che tenga di fronte alla realtà: vedere oggi i nostri ex ospiti integrati nel tessuto aquilano, con un lavoro stabile e figli piccoli da crescere, è un’emozione impagabile. È la prova vivente che queste strutture, se gestite con etica e competenza, sono ponti verso la vita e non ‘parcheggi’ sociali.”
Il vostro percorso si è intrecciato con le ferite fisiche del nostro territorio…
G.J.: “È così. Ricordo con emozione il 2017, l’anno del terremoto ad Amatrice e della neve senza fine. Abbiamo vissuto giorni difficili con i ragazzi ospitati nelle palestre, nell’incertezza totale prima di poter rientrare a casa. Eppure, proprio in quel freddo e in quella paura, abbiamo cementato il senso di comunità. È stato il momento in cui abbiamo capito che eravamo diventati davvero un gruppo, capace di reggere agli urti della natura e della vita.”
Cosa significa oggi, tecnicamente e umanamente, personalizzare un intervento sociale?
G.J.: “Significa capire che non esistono ricette standard. Ogni persona che bussa alla nostra porta ha con sé un bagaglio di traumi e speranze unico. L’accoglienza è sapere che ogni storia ha il diritto sacrosanto di essere riscritta, trasformando la fragilità in una nuova forma di coraggio.”
Le statistiche dicono che il lavoro si sta facendo più duro. Perché?
“I dati sono pubblici sul nostro sito e mostrano percorsi solidi, ma non possiamo ignorare che i fenomeni di devianza giovanile che intercettiamo negli ultimi anni, sono più frequenti e complessi. Questo rende il nostro lavoro estenuante, ma è proprio in queste fasi critiche che dobbiamo essere come moscerini sulla lampadina: insistere, restare lì, dare fastidio all’indifferenza e non mollare finché non otteniamo il massimo risultato possibile per il ragazzo. Se c’è una luce di speranza, noi dobbiamo starci sopra.”
Tema delicatissimo: il rapporto con la Regione Abruzzo e i Comuni
G.J.: “La Regione ha finalmente licenziato un manuale che regola il settore, ma è solo l’inizio. Ora si deve aprire una fase di ascolto reale: la situazione dei lavoratori va regolarizzata. Servono crediti formativi, il riconoscimento delle lauree equipollenti e dell’anzianità di servizio. Non si può fare eccellenza sociale senza tutelare chi la pratica. Sul fronte locale, la collaborazione con il Comune dell’Aquila è solida: Oggi l’Assessore Manuela Tursini è un’ interlocutrice costante e la nuova dirigente Daniela Rossini ha portato un approccio molto costruttivo. Posso inoltre anticipare che siamo capofila di un progetto innovativo per i giovani della città, proposto da noi e fortemente voluto dal Sindaco Biondi, che vedrà la luce nei prossimi mesi. È una sfida ambiziosa, per ora non aggiungo altro.”
D: Chi sono i vostri alleati sul campo?
G.J.: “Da soli si fa un pezzetto piccolo, insieme si possono cambiare le cose. La rete è molto ampia e in costante divenire. In particolare, penso alla fratellanza quotidiana con Arci Solidarietà, le cooperative Realize e Metis, l’energia creativa de Il Brucaliffo o realtà preziose fuori città come le cooperative I Colori e Opes. Condividiamo la stessa visione: il sociale è un bene comune.”
Qual è l’ostacolo più grande che avete incontrato in questi dieci anni?
G.J.: “La diffidenza e la burocrazia, a volte sorda. Tuttavia se siamo arrivati al decennale è perché le persone capaci di rimboccarsi le maniche e risolvere i problemi insieme a noi sono state, fortunatamente, molte di più.”
Come festeggerete ufficialmente il decennale?
G.J.: “Attraverso la memoria. Stiamo lavorando a una pubblicazione che raccolga le nostre esperienze in prima linea. Non sarà un auto-elogio, ma un racconto delle fragilità incontrate e dei sogni realizzati. Vogliamo spiegare a tutti, cittadini e istituzioni, cosa significa fare impresa sociale oggi: l’ambizione di crescere restando umani.”
Guardando al 2036, dove vede “Crescere Insieme”?
G.J.: “Vedo un’evoluzione verso la progettazione sociale d’avanguardia. Vogliamo esplorare nuovi settori, sperimentare modelli di welfare generativo e mettere la nostra esperienza a disposizione di nuove sfide professionali. Il nostro non è un punto d’arrivo, ma un cantiere sempre aperto.”
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