Pescara, aggredito Vincenzo D’Aquino: “La sicurezza non è uno slogan”

Pescara, aggredito Vincenzo D’Aquino: “La sicurezza non è uno slogan”
02 Mag 2026

di Alessandra Prospero

PESCARA – «Ieri pomeriggio, a Pescara Vecchia, sono stato aggredito». Non usa giri di parole Vincenzo D’Aquino, direttore artistico del FLA – Festival di Libri e Altrecose, nel racconto affidato ai social dopo un episodio avvenuto in pieno giorno nel cuore della città.

Un’aggressione con una bottiglia e una lama, a pochi metri di distanza, come emerge dal racconto. Poi la denuncia, l’intervento delle forze dell’ordine e un video acquisito. Ma, soprattutto, una riflessione che va oltre il fatto in sé e chiama in causa il tema, spesso affrontato in modo superficiale, della sicurezza urbana.

La persona indicata come responsabile, racconta D’Aquino, sarebbe conosciuta in zona. Una presenza abituale, spesso aiutata da cittadini e commercianti con piccoli gesti quotidiani. «L’ho fatto anche io», scrive. Ma proprio da qui nasce il nodo: «Non si può aiutare chi non vuole essere aiutato».

Non è una condanna morale, ma il riconoscimento di un limite. Secondo D’Aquino, l’assenza di strumenti adeguati e di una responsabilità condivisa rischia di trasformare anche i gesti di solidarietà in elementi che non risolvono, e talvolta aggravano, situazioni già fragili.

Nel suo racconto c’è anche un passaggio netto sulle forze dell’ordine, più volte chiamate nelle settimane precedenti: «Sono sempre intervenute. Sempre». Un riconoscimento esplicito a disponibilità e umanità, ma anche a una «sproporzione evidente» tra ciò che viene richiesto e le risorse a disposizione.

Il punto più critico arriva però dopo l’aggressione: la sera stessa, la persona segnalata era già nuovamente in circolazione. «È la legge, la rispetto», scrive D’Aquino. Ma resta una frattura difficile da ignorare: quella tra il tempo immediato dei fatti e quello, più lento, delle conseguenze.

Il racconto si allarga così a una riflessione più ampia. «Si discute spesso di sicurezza in modo generico: movida, orari, categorie». Ma, osserva, la responsabilità è individuale e non ha etichette. L’aggressione, nel suo caso, è avvenuta in pieno giorno, lontano da ogni narrazione stereotipata.

Determinante, sottolinea, è stato trovare rifugio in un locale aperto, il Caffè Letterario. Un elemento che riporta al tema della presenza nei luoghi: non solo controllo, ma presidio umano, comunità, attenzione reciproca.

Non c’è volontà di “fare un caso”, precisa. Piuttosto, la necessità di non far finta di niente. Rabbia, paura, impotenza: emozioni dichiarate senza retorica, ma anche un tentativo di trasformarle in qualcosa di diverso.

D’Aquino richiama un’espressione del buddismo di Nichiren Daishonin: «trasformare il veleno in medicina». Non come soluzione immediata, ma come direzione possibile, anche dentro un episodio che resta, prima di tutto, un fatto grave.

E proprio in questa tensione tra cronaca e consapevolezza si colloca il senso più profondo del suo racconto: una richiesta implicita di guardare con maggiore lucidità a ciò che accade nelle città, senza semplificazioni e senza alibi.

Questo è il video condiviso sui social dallo stesso D’Aquino


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