Il macabro spettacolo andato in scena nel carcere del Tennessee con l’esecuzione fallita di Christa Pike dimostra ancora una volta quanto sia drammaticamente illusoria e grottesca la pretesa dello Stato di ammantare la pena di morte di un’aura di scientificità, igiene e umanità. Pretendere che l’uccisione premeditata di un essere umano possa essere trasformata in una procedura medica asettica e indolore è la più grande menzogna su cui si regge il sistema della giustizia capitale moderna. Il pentobarbital, somministrato ben due volte senza riuscire a spegnere la vita della donna e costringendo le autorità a un surreale trasferimento d’urgenza in ospedale per salvarla, ha fatto crollare l’impalcatura propagandistica dell’iniezione letale, rivelando al mondo la sua vera natura: una tortura di Stato, imprevedibile e crudele. La medicina non può essere piegata a strumento di morte senza deformarsi, poiché la biologia umana resiste alla brutalità dei protocolli burocratici, esponendo i condannati ad agonie prolungate sotto la maschera di una finta sedazione. L’ostinazione con cui certe democrazie (?) continuano a difendere il diritto di uccidere si scontra con l’evidenza di un fallimento sia tecnico che morale, trasformando i boia in sprovveduti carnefici e le stanze della morte in teatri d’orrore. Il caso Pike non è un incidente di percorso o un’eccezione sfortunata, ma il sintomo inevitabile di una pratica anacronistica e disumana che va abolita senza riserve, perché nessuna società che si definisca civile può consentire che la vendetta istituzionalizzata mascherata da farmaco continui a calpestare la dignità e la vita umana.
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