Saturno, il parquet e gli dèi del basket

Saturno, il parquet e gli dèi del basket
25 Ago 2026

di Federico Del Monaco

 

Saturno è il fermo immagine di un tiro da tre di Dio?
La pallacanestro è un gioco di statistiche e geometrie, dove si allenano il fisico, la tecnica e la mente, fino all’istante in cui la palla si stacca dalla mano per il tiro decisivo.
Dopo quell’istante si prega!

Un pezzo di parquet da portarsi a casa

Nell’ultima stagione della sua carriera Kobe Bryant arrivò per l’ultima volta a Boston e i Celtics decisero di salutarlo regalandogli un pezzo del parquet del Garden.
Un gesto bellissimo: il riconoscimento di un grande avversario.
Oppure un modo molto elegante per consegnare a una leggenda dei Lakers un feticcio maledetto da tenere in salotto.
Naturalmente scherziamo. Soprattutto parlando di Kobe. Ma se esiste un luogo nel quale la pallacanestro ha qualche volta assunto le sembianze della magia nera, quel luogo è Boston.
Per decenni i Lakers arrivavano davanti ai Celtics con squadre meravigliose e riuscivano regolarmente a trovare un modo nuovo per perdere. Jerry West ne sapeva qualcosa: finali sfuggite all’ultimo tiro, supplementari, rimbalzi impossibili, palloni che sembravano avere opinioni politiche.
Una volta a Los Angeles prepararono addirittura migliaia di palloncini sul soffitto per festeggiare il titolo.
Bill Russell li vide.
Boston vinse.
I palloncini rimasero lassù.
Mai organizzare una festa davanti a Bill Russell.

Il giorno in cui la maledizione finì

A metà degli anni Ottanta sembrava che la storia dovesse ripetersi ancora.
La finale cominciò con Boston che demolì i Lakers. Una di quelle sconfitte dopo le quali un allenatore può scegliere tra rivedere la partita e cambiare mestiere.
E invece quella volta accadde qualcosa.
Magic, Kareem e compagni tornarono al Garden e vinsero il titolo proprio lì.
Per la prima volta i Lakers avevano battuto Boston in una finale NBA.
Il giorno dopo il sole sorse normalmente. Le persone andarono al lavoro. I giornali uscirono. Il vecchio parquet era ancora al suo posto.
Eppure qualcosa era cambiato.
La maledizione era finita.
O almeno aveva cambiato cliente.

Kyrie Irving e il folletto

Molti anni dopo arrivò infatti Kyrie Irving.
Era stato la stella di Boston, poi se n’era andato. E già questo, da quelle parti, non viene considerato un comportamento particolarmente educato.
Quando tornò al Garden con Brooklyn decise però di affrontare il problema alla radice.
Bruciò della salvia sul parquet per purificare l’energia dell’arena.
Sul serio.
In una lega nella quale gli allenatori passano la notte a studiare come difendere il pick and roll, Kyrie aveva deciso che forse il problema erano gli spiriti.
Il guaio è che qualche mese dopo fece esattamente ciò che non bisognerebbe fare quando si sospetta che un luogo sia abitato da forze soprannaturali.
Pestò Lucky the Leprechaun, il folletto dei Celtics disegnato a centrocampo.
Mai provocare un folletto.
Soprattutto un folletto irlandese.
Soprattutto a Boston.
Da quel momento, per anni, contro i Celtics Kyrie praticamente non vinse più. Tornò persino al Garden per giocarsi un titolo e ne uscì sconfitto.
La maledizione alla fine è terminata.
Perché anche i folletti, evidentemente, prima o poi prescrivono.

Jordan e il potere delle mutande

Il problema è che Kyrie non è affatto un caso isolato.
Michael Jordan giocava indossando sotto la divisa dei Bulls i vecchi pantaloncini di North Carolina, quelli dei suoi anni universitari.
Sempre.
Possiamo naturalmente spiegare che un pezzo di stoffa non modifica le percentuali di tiro, non aumenta l’elevazione e non aiuta a difendere.
Jordan ha vinto sei titoli.
Quindi, nel dubbio, teniamoci i pantaloncini.
Jason Terry era ancora più sofisticato. Prima delle partite dormiva indossando quelli della squadra avversaria.
Voodoo tessile.
Poi, prima di una stagione, si fece tatuare il trofeo NBA senza averlo ancora vinto.
È il genere di decisione che può trasformarti in un profeta oppure costringerti a spiegare un tatuaggio per il resto della vita.
Dallas vinse il titolo.
A questo punto anche la scienza deve concedere almeno un timeout.

Quelli che parlano con gli Dèi

Poi ci sono i rituali meno spettacolari.
Jeff Hornacek si toccava il viso prima dei liberi per salutare i figli.
Karl Malone borbottava qualcosa alla lunetta. Nessuno ha mai capito bene cosa dicesse. Forse parlava al pallone. Forse agli dèi. Forse ricordava semplicemente a se stesso che sarebbe stato opportuno segnare.
Kevin Garnett trasformava il prepartita in una cerimonia di possessione, comprese le celebri testate contro la protezione del canestro.
Ray Allen faceva invece tutto alla stessa maniera: stessi orari, stessi esercizi, stessi movimenti, stessi tiri.
Ed è qui che diventa difficile capire dove finisca la preparazione e cominci la religione.
Perché fare cento tiri è allenamento.
Fare cento tiri sempre nello stesso modo è routine.
Essere convinti che il centunesimo possa irritare qualche divinità sconosciuta è superstizione.
Più o meno.

Dove finisce la scienza

Forse la pallacanestro genera più superstizioni di quanto vorrebbe ammettere perché è uno sport terribilmente crudele.
Puoi allenarti per vent’anni, studiare ogni movimento, costruire il corpo perfetto, conoscere l’avversario, eseguire lo schema alla perfezione.
Poi tiri.
E non puoi fare più niente.
Il pallone colpisce il ferro. Sale. Scende. Tocca ancora il ferro. Per una frazione di secondo resta lassù e sembra pensarci.
In quel momento non esistono più analytics, biomeccanica, allenatori o preparatori.
Esistono soltanto il pallone e qualcosa che gli uomini, da qualche migliaio di anni, chiamano Dio, destino, fortuna o sfiga a seconda del risultato.
E allora si capiscono Jordan e i suoi pantaloncini, Kyrie con la salvia, Terry nel letto vestito da avversario e tutti quelli che hanno ripetuto lo stesso gesto migliaia di volte perché una sera aveva funzionato.
Un rito.
Una frase.
Un pezzo di stoffa.
Un folletto da non calpestare.
Un frammento di parquet da non mettere, possibilmente, sotto il letto.
E poi c’era Bill Russell.
Quando gli chiedevano se fosse superstizioso, rispondeva più o meno che conosceva una sola cosa capace di portare veramente sfortuna:
essere sotto nel punteggio alla fine della partita.
Undici titoli NBA.
Forse Saturno è davvero un tiro da tre di Dio.
Ma Bill Russell, per sicurezza, prendeva il rimbalzo.


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