Al Parco Unicef, appena fuori dal Centro storico, è da poco terminata una due giorni di laboratorio, in cui, le persone che vi hanno preso parte, si sono potute liberamente confrontare intorno le parole “pace”, “perdono” e “diritto a migrare”.
Guarda qui il servizio con le interviste a Salima Cure, Massimo Casacchia, Elonora Visalli e Anna Rita Silvestri:
Un laboratorio fatto all’interno del cartellone della 729° Perdonanza Celestiniana, organizzato dal Circolo Arci “Querencia” e dal gruppo “L’Aquila solidale”.
Un modo diverso però di fare “Perdonanza”, lontano dagli effetti speciali e dal consumo degli spettacoli, ma anche dai grandi convegni e dalle relazione degli esperti, in cui protagonisti sono stati i partecipanti e le partecipanti che, sotto la guida di alcuni facilitatori, venerdì si sono divisi in tre diversi tavoli, prima di restituire il lavoro di ciascuno nella “plenaria” di sabato.
Lo hanno fatto usando alcune metodologie che comprendevano la scrittura e altri dispositivi, come quello di un gomitolo di filo da passare a chi prendeva la parola nel cerchio, e che quindi restituiva plasticamente l’intreccio delle idee e la creazione di legami.
Quei legami sociali da ritessere e da cui ripartire, per riprendere a formulare un lessico comune che comprenda il perdono, e tornare ad acquisire una capacità interattiva, una consapevolezza, che può scaturire solo dalle relazioni non mediate nello spazio pubblico. Una proposta di Perdonanza popolare dunque, occasione per la comunità per ritessere legami.
La scelta del Parco dell’Unicef, teatro nel 2009 della tendopoli auto organizzata del Comitato 3e32, non è stata casuale. Nelle intenzioni di Circolo Querencia e del gruppo L’aquila Solidale, c’è la volontà di voler vivere, e far vivere, anche quei pezzi di città che non sono centrali. Per questo hanno lasciato, man mano che il laboratorio prendeva vita, che lo spazio si riempisse di segni e simboli così da parlare anche a chi semplicemente lo transitava.
A partecipare sono state persone di diversa estrazione sociale, uomini e donne di tutte le età, tra cui alcuni migranti e richiedenti asilo.
Un gruppo, quello organizzatore, che si è cimentato già con la campagna “stop border violence” , una raccolta firme europea per dire basta alla torture messe in atto lungo i confini sui migranti che cercano di raggiungere l’Europa, la nostra Europa.
Un concetto quello del Perdono, complesso e profondo, su cui il laboratorio si è voluto confrontare per arrivare a definirlo come “una trasformazione reciproca”, un movimento che prevede “un entrare in relazione tra chi lo dona”, il perdono, “e chi lo chiede ed eventualmente lo riceve”, e che quindi “favorisce anche la comprensione delle ragioni dell’Altro, del diverso da sé”.
Qualcosa di riscontrabile nella vita quotidiana come in quella della storia dell’umanità, dove “la mancata elaborazione delle cause dei conflitti porta spesso a una coazione a ripetere delle stesse scelte che seguono sempre uno stesso copione”.
Un modo, quello laboratoriale messo in pratica nella due giorni, con cui è stato possibile nella Perdonanza passare “dalla teoria alla pratica individuale e soggettiva delle persone” e che ha proposto una maniera di riflettere sul perdono – che non è mai dovuto – “non come un atto che annulla l’azione negativa”, ma un qualcosa che appunto è trasformativo dove perdonare quindi prende il significato di “fare un processo interno”, un “atto difficile di sofferenza”, in cui “poter reggere l’ingiustizia”, e che può “permettere di non diventare vendicativo”.
Alessandro Tettamanti
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