Palestina, 77 anni di Nakba: la catastrofe continua, ma anche la resistenza

Palestina, 77 anni di Nakba: la catastrofe continua, ma anche la resistenza
15 Mag 2025

di Sara Ramzi

E noi amiamo la vita
se troviamo la via per viverla.
Danziamo tra due martiri,
innalzando tra le viole
un minareto o delle palme.

Mahmoud Darwish, poeta palestinese* (1941-2008)

Oltre 750 mila donne, uomini, bambine, bambini, persone anziane costrette all’esodo forzato, 531 villaggi distrutti e 10 città cancellate. Il 15 maggio di 77 anni fa ci fu l’evento che ufficializzò l’inizio della lunga fila di massacri e crimini avvenuti in Palestina, compreso l’attuale genocidio nella Striscia di Gaza: la Nakba, la catastrofe attraverso cui venne fondato formalmente lo Stato di Israele. Prima dell’avvento dei sionisti, appoggiati dalle potenze Occidentali, quella terra si chiamava Palestina.

Non inizia e non finisce il 15 maggio 1948

Il 15 maggio è la data simbolo, ma il piano sionista di insediamento coloniale in Palestina affonda le radici alla fine del secolo precedente. In quella terra affacciata sul Mediterraneo cristiani, musulmani ed ebrei vivevano insieme da tempo (parafrasando Edward Said, in un suo saggio Daniele Balicco parla di “Palestina meticcia”). L’armonia fu rotta dall’inizio dell’occupazione israeliana che attraverso la pulizia etnica, l’apartheid e il genocidio persegue il proprio obiettivo di espansione.

La storia del popolo palestinese, però, non è fatta solo di dolore, traumi e martirii. È la storia di chi, da più di settant’anni, non si piega e continua a resisitere all’occupazione di una delle più grandi potenze militari nell’area del Medio Oriente. Attraverso la politica, la musica, la fotografia, la poesia, la lotta armata, la cucina, la propria stessa esistenza. Tutti atti di resistenza. Dimostrando quotidianamente cosa voglia dire fare giornalismo di qualità, mettendo a rischio la propria vita, mentre da questa parte del mondo c’è ancora difficoltà nel digitare la parola “genocidio” o a raccontare ciò che succede in Cisgiordania o nella Striscia di Gaza senza omettere il nome di che commette i massacri. Non è una “tragedia umanitaria”: c’è un oppresso e un oppressore, e non fare il nome dell’oppressore vuol dire stare al suo gioco.

Le persone palestinesi non muoiono sotto le bombe, ma vengono uccise dalle bombe israeliane. Non muoiono di fame: Israele sta usando la fame come arma di guerra, impendendo l’ingresso degli aiuti umanitari nella Striscia da oltre due mesi. Quello a cui assistiamo (e che finanziamo) non è il “disegno criminale di Netanyahu”, come afferma la segretaria del Partito Democratico Elly Schlein e come continua a raccontare una gran parte di perbenisti in Italia. È il progetto coloniale su cui poggia le basi la fondazione e l’esistenza di Israele. È parte della sua stessa essenza, a prescindere da chi si sia susseguito alla Knesset, il parlamento israeliano: dal governo “di sinistra” di Ben Gurion nel 1948 a quello di Netanyahu di oggi, la catastrofe per i palestinesi non ha mai visto pause.

Lo spiega, tra molte e molti, anche Ilan Pappè, storico israeliano che nel suo libro 10 miti su Israele sfata le più grandi menzogne su cui poggia la giustificazione dell’esistenza e delle violenze dello Stato ebraico: “L’obiettivo del sionismo non è mai cambiato: conquistare quanto più possibile della Palestina mandataria e rimuovere la maggior parte dei centri abitati e dei quartieri urbani palestinesi nello spazio destinato al futuro stato ebraico”.

Senza fine e confini: le persecuzioni in Abruzzo

L’oppressione del popolo palestinese va ben oltre i confini dello stato fondato nel 1948.
I suoi tentacoli raggiungono anche l’altra parte del Mediterraneo, l’Abruzzo, dove è in corso il processo ad Anan Yaeesh e altri due cittadini palestinesi. Yaeesh è un combattente partigiano palestinese, arrivato in Italia nel 2017 a seguito delle torture e violenze subite in Palestina per via della sua storia di resistenza all’occupazione (ne abbiamo parlato qui). È stato arrestato a L’Aquila nel gennaio 2024 a seguito della richiesta delle autorità israeliane, accolta da quelle italiane. In queste settimane la Corte d’Assise dell’Aquila lo sta processando per terrorismo insieme agli altri due giovani residenti in Abruzzo: costretti alla fuga dalla Palestina per provare a costruire una vita in Italia, oggi si ritrovano perseguitati anche a migliaia di chilometri dalla loro terra, con le loro famiglie sotto attacco. Grazie anche alla mobilitazione di molte e molti in tutta Italia è stata sventata l’estradizione in Israele di Yaeesh, ma il processo italiano continua. Il 21 maggio c’è la quarta udienza al Tribunale dell’Aquila, in via XX settembre. Se c’è qualcosa che si può fare nell’immediato per canalizzare la rabbia e combattere il senso di impotenza per ciò che succede alle donne e agli uomini palestinesi anche dall’altra parte del Mediterraneo è attivarsi sui propri territori. Alle 9.30, sotto il Tribunale, ci sarà un presidio per portare solidarietà ai tre giovani.

*[su Mahmoud Darwish, scrittore e poeta palestinese, lo scrittore premio Nobel José Saramago diceva: «Se il nostro mondo fosse un po’ più sensibile e intelligente, più attento alla grandezza quasi sublime di alcune delle vite che lo attraversano, il suo nome sarebbe oggi conosciuto e ammirato come, per esempio, lo fu in vita quello di Pablo Neruda»]


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