“Mandata via per aver detto ‘no’ alla politica e aver agito nell’interesse degli studenti”: il caso Di Salvatore

“Mandata via per aver detto ‘no’ alla politica e aver agito nell’interesse degli studenti”: il caso Di Salvatore

II caso che ha coinvolto Paola Di Salvatore e le ombre della pubblica amministrazione.

di Federica Adriani

“Sono stata mandata via perché da dirigente tecnico amministrativo, imparziale e di ruolo, mi sono rifiutata espressamente di eseguire ordini di partito, perché da madre di famiglia e dirigente regionale ho detto ‘no!’, perché ho esercitato la mia professionalità e per credere nella funzione amministrativa come un dovere istituzionale”, dichiara ai microfoni di Abruzzo Sera Paola Di Salvatore.

È il primo caso in Italia in cui la rappresentanza politica di un ente pubblico nega a un dirigente tecnico amministrativo il diritto costituzionale al lavoro, in maniera tracciabile.

La dirigente, lo ricordiamo, era stata rimossa dall’incarico di direttore dell’Azienda per il diritto agli studi universitari (Adsu) il 25 settembre scorso, dopo soli sei mesi – a fronte di un contratto di mandato di tre anni – dall’allora presidente dell’ente, Eliana Morgante (dimessasi il 10 novembre per candidarsi alle ultime elezioni regionali con la Lega). 

Proprio a Morgante, il Pubblico ministero Fabio Picuti ha notificato la scorsa settimana dieci presunte contestazioni di atti persecutori portati avanti a scapito della Di Salvatore, tra cui lo stesso licenziamento. 

La procura dell’Aquila ha già riconosciuto la fondatezza di ipotesi di reato per atti persecutori sul luogo di lavoro.

Già il 20 dicembre 2023, con la sentenza n. 237, il giudice del lavoro del Tribunale dell’Aquila ha decretato nullo il procedimento di revoca e imposto all’Adsu il reintegro immediato di Di Salvatore. Alla sentenza tuttavia, continua ad opporsi il cda dell’Adsu.

Nello specifico, i grandi rifiuti che hanno costato a Di Salvatore la poltrona e lo stipendio sono principalmente due: l’opposizione allo studentato presso la palazzina H1 del complesso il Moro dell’Azienda territoriale per l’edilizia residenziale (Ater), e lo stop ai ricorsi contro la sentenza del Tribunale dell’Aquila di risarcimento dei parenti degli otto studenti  morti nel crollo della Casa dello Studente di via XX Settembre, nel sisma di cui sabato ricorre il quindicesimo anniversario.

Come già riportato da Abruzzo Sera, la responsabilità di Adsu e Regione Abruzzo in merito al crollo della residenza universitaria di via XX Settembre  è stata decretata e riconfermata dal Tribunale dell’Aquila da tre gradi di appello in sede penale e due gradi di appello in sede civile.

Nonostante la convenzione stipulata tra Adsu e Ater prevedesse che la documentazione antisismica dell’immobile destinato agli studenti fosse recapitata all’Adsu entro il primo settembre 2023, pena l’annullamento o la modifica del contratto, a Di Salvatore non è mai stato fatto pervenire alcun documento. 

“Se anche un solo documento non fosse stato in regola, io non avrei mai fatto entrare nessuno studente lì dentro – osserva Di Salvatore – il 25 settembre, quando sono stata licenziata, non essendo ancora pronto l’immobile Ater, una buona azienda per il diritto allo studio avrebbe dovuto subito assegnare i 66 posti previsti dalle convenzioni da me stipulate con Pie Filippine e Camplus agli studenti in graduatoria e prevederne poi altri 40, a costo di riaprire Campomizzi”.  

Quello che emerge dalle pagine di cronaca recenti e dalla vicenda di Di Salvatore è un ente regionale per il diritto agli studi universitari concentrato ad investire fondi pubblici in consulenze legali, piuttosto che in servizi agli studenti.  

Continuare a convocare i parenti delle vittime in tribunale per Di Salvatore “era inaccettabile. In più, dalle carte che ho faticato a rinvenire e dalle prime sentenze che venivano notificate, non riuscivo a comprendere con quanta non-coscienza si fosse affrontato il doloroso iter del riconoscimento del risarcimento ai parenti delle vittime”.

La macchina della pubblica amministrazione fa andare avanti tutto il Paese.

 Eppure abusi di ufficio, personalismi e scambi di favori politici rendono l’Italia claudicante e sofferente.  

Anche a fronte dell’impedimento al lavoro imposto a Di Salvatore dal cda, l’ex direttore confessa “una dignità professionale distrutta”. 

“In trent’anni anni di onorato servizio non mi è mai successo nulla di simile – racconta Di Salvatore –  Se può essere impedito a me di lavorare, dopo trent’anni di lavoro, pensiamo che non accada nulla di ciò in altri uffici?”.  

“Spero solo che questa vicenda dolorosa, lunga e complessa, possa essere di coraggio per tutte quelle donne che subiscono violenza nei posti di lavoro, per poter rialzare la testa – conclude Paola – perché io sono uscita da lì lacerata”.

Nel frattempo, la Regione Abruzzo ha richiesto il commissariamento dell’Adsu dell’Aquila il 26 gennaio di quest’anno, ma il cda ancora non è stato sciolto. 


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  • Vergogna ha detto:

    “Spero solo che questa vicenda dolorosa, lunga e complessa, possa essere di coraggio per tutte quelle donne che subiscono violenza nei posti di lavoro, per poter rialzare la testa – conclude Paola – perché io sono uscita da lì lacerata”. La signora dovrebbe però passarsi una mano sulla coscienza e ricordarsi che lei è tra quelle che costringono a subire violenza sui posti di lavoro, in particolare le altre donne, costringendole ad andarsene, dimettersi o addirittura causandone il licenziamento.