L’Aquila, le domande senza risposta sul Ponte Belvedere. La prima puntata della nostra inchiesta

L’Aquila, le domande senza risposta sul Ponte Belvedere. La prima puntata della nostra inchiesta
14 Ott 2024

di Marianna Gianforte

Il 26 aprile è passato da quasi sei mesi, ma della restituzione alla città del ponte Belvedere, danneggiato dal sisma del 2009, non c’è ancora l’ombra, eccetto la base dell’antenna di acciaio che dovrà sostenere la struttura, montata venerdì 11 (tra l’altro in ritardo di almeno tre settimane, come ha dichiarato alla stampa il vicesindaco con delega alla Ricostruzione dei beni pubblici Raffaele Daniele). Il rumoreggiare del cantiere tra Fontesecco e viale Papa Giovanni XXIII sottintende, invece, un’operosità fuori tempo, poiché supera il limite massimo di fine attività. Un limite indicato chiaramente nel verbale di ripresa lavori sottoscritto dal responsabile unico del procedimento Vincenzo Tarquini per la stazione appaltante, dal direttore dei lavori Domenico Sette e dai tecnici Arturo Narducci (Taddei) Marino Serpetti (Todima) che, appunto, pone al 26 aprile 2024 la data di fine lavori “nel rispetto delle condizioni contrattuali”, e non nel 2025 come ha dichiarato un mese fa appunto il vicesindaco.

Il verbale di ripresa lavori, però, non ha il suo fondamentale alter ego in un verbale di sospensione, come impone l’articolo 107 del decreto legislativo 50/2016 comunemente conosciuto come ‘Codice degli appalti pubblici’. Resta, dunque, un arcano capire come il Rup possa conteggiare i giorni effettivi dei lavori e calcolare eventuali penali senza un verbale di sospensione delle attività precedentemente avviate. Infatti del documento non c’è traccia sul portale del Comune dell’Aquila e nemmeno salta fuori dagli accessi agli atti effettuati dai consiglieri comunali di opposizione Paolo Romano (L’Aquila nuova) e Stefania Pezzopane (Pd).

Fare il punto sullo stato dell’arte dell’opera più controversa della città dal post-sisma in poi, è un percorso a ostacoli per l’incerta tracciabilità di atti e documenti, che si susseguono in un vortice senza fine e che le istituzioni avrebbero il dovere di pubblicare con trasparenza e chiarezza per salvaguardare il processo di ricostruzione di un bene pubblico. Contratto con gli appaltatori, verbali, note e contronote, indagini e rilievi sulla sede di cantiere, scadenze temporali e quadri economici che cambiano a ogni deliberazione come una coppia ruota a ogni giro di valzer. E poi l’arrivo di un progetto esecutivo in variante, il cantiere fermo, lettere di sollecitazione del precedente Rup Mario Di Gregorio agli appaltatori. Infine l’arrivo del nuovo Rup Vincenzo Tarquini, che si troverà a monitorare e coordinare un cantiere senza fine.

La storia della realizzazione del ponte – che parte a pochi mesi dal terremoto con un progetto di consolidamento strutturale e ammodernamento architettonico sul quale collaborò anche l’Università dell’Aquila – assomiglia sempre più a una tela di Penelope nella quale è difficile trovare capo e coda. E apre a mille gucciniani interrogativi: quando verrà ricostruito il ponte? Perché dopo la gara il Comune dell’Aquila ha accettato che gli appaltatori, dopo l’inizio dei lavori con le opere di demolizione (scorporate in due progetti anziché uno che contenesse sia la demolizione che la ricostruzione) redigessero un progetto esecutivo con variante in aumento di costi, contraddicendo le norme di gara e il dettato del codice degli appalti che recitano di conformità dell’esecutivo con il definitivo messo a gara? Perché con il progetto esecutivo in variante le cifre della progettazione e dei lavori sono lievitate e, invece, non sono scattate le penali per la ditta ritardataria? Cosa è successo tra le dimissioni del Rup, la non accettazione da parte dell’amministrazione, la presentazione di un esecutivo in aumento di costi del 20% rispetto alla cifra netta di gara, l’accettazione di questo esecutivo, le nuove dimissioni e la nomina del nuovo Rup? Quali sono, poi, le opere “necessarie” non previste e non prevedibili in sede di progettazione definitiva, alla quale si appella l’Ati aggiudicataria per giustificare un progetto di variante? Perché il tempo di demolizione e ricostruzione di 200 giorni da contratto è stato esteso a 270 con l’atto aggiuntivo al contratto sul progetto esecutivo in variante, azzerando, così, il ribasso di 70 giorni previsto nella gara? Quale sarà il destino del palazzo al numero civico 29, sparito negli atti protocollati e nelle dichiarazioni politiche? Alla fine della fiera, quanto costerà davvero il Belvedere alla comunità in termini economici e di ritardi?

Sono soltanto alcune delle decine e decine di domande ancora senza risposta attorno a un’opera uscita anche dai radar degli interessi cittadini, ma che resta cruciale per il capoluogo di regione. Perché la città senza ponte è oggi come una bocca senza un dente: divisa a metà in assenza di una comunicazione stradale breve quanto utile per alleggerire la viabilità locale, che incide tra la fontana luminosa, via Don Bosco, via Roma e infine via XX Settembre, ridotta da anni a un imbuto. Arteria stradale, il ponte, che ha costituito nella sua storia pre-sisma un collegamento per i cittadini che si spostavano a piedi da e verso il centro storico; se realizzata, l’infrastruttura potrebbe tornare a recuperare finalmente il suo ruolo di snodo sostanziale per alleggerire la fila di mezzi in uscita dalla città su viale Gran Sasso.

Un’opera proposta e riproposta sin dall’immediato post-sisma e rilanciata dall’amministrazione Biondi, voluta e criticata, e che le opposizioni hanno portato varie volte all’attenzione del Consiglio comunale, anche con due commissioni consiliari di Vigilanza e controllo. In modo particolare il consigliere Romano, con accessi agli atti e diverse interpellanze, ultima quella dell’ottobre 2023, alla quale ha risposto il vicesindaco con delega alla Ricostruzione pubblica Raffaele Daniele.

Secondo quanto riportato nel contratto stipulato il 30 settembre 2021 tra il Comune dell’Aquila e gli appaltatori (l’Ati ‘Belvedere Scarl’, costituita da Todima srl e Taddei spa) l’affidamento dell’appalto integrato di progettazione esecutiva e realizzazione  delle opere di sostituzione del ponte avrebbe dovuto avere un valore totale di 3,7 milioni di euro a cui si aggiungono oltre 79mila euro per la progettazione esecutiva, poi saliti a 4,7 con l’approvazione del progetto di variante e comprensivi di oltre 95mila per la progettazione esecutiva; cifre sugellate nell’atto aggiuntivo al contratto stipulato l’11 aprile 2024: ma il ponte, eccetto ulteriori sorprese, costerà alla fine alle casse pubbliche 6,6 milioni in totale quale importo generale del progetto. Una differenza notevole rispetto al progetto proposto in sede di gara e, secondo le opposizioni in Consiglio comunale, ancora senza una concreta e coerente spiegazione. Un balletto di numeri e di carte durato due anni, in mezzo ai quali spiccano le dimissioni del Rup Di Gregorio, che per mesi si è rifiutato di autorizzare il progetto di variante, salvo poi sottoscrivere e lasciare l’incarico (attualmente è dirigente della Gran Sasso Acque). Un aumento del valore del contratto che, insieme ai tempi più lunghi per la realizzazione, stride con le penali mai applicate.

C’è di più: l’inziale proposta di variante portava la cifra finale dai 3,9 milioni d’importo offerto in sede di gara a 6,8 milioni, a cui si sarebbero dovuti aggiungere gli oneri della progettazione che dagli iniziali 79mila sarebbero saliti a 143mila euro. Facendo lievitare il contratto con l’impresa esecutrice a quasi il doppio del valore: 7 milioni, bel al di là – come ha denunciato Romano – della soglia comunitaria di 5,3 milioni di euro che avrebbe imposto una gara aperta e non negoziata, come quella adottata dal Comune con lettera d’invito soltanto a 16 imprese. È dopo la conferenza stampa dell’11 aprile 2023 delle opposizioni in Consiglio comunale che l’amministrazione comunale ha fatto una rapida retromarcia, riportando le cifra nel perimetro della legge. Ed ecco che ora il contratto con l’impresa si attesta a 4,7 milioni: un passetto al di sotto della soglia comunitaria. Una cifra che, però, non è escluso possa crescere ancora.


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