“Sono nato a L’Aquila e porto questa città nella pelle, nel sangue e nelle mani. L’ho scolpita nelle mie opere, l’ho attraversata da artista e da uomo, l’ho vista piegarsi e rialzarsi. So quanto valga la memoria qui, quanto la cultura non sia un ornamento, ma una radice viva che ci tiene uniti. È con questo spirito che sento oggi il bisogno di parlare della Perdonanza Celestiniana, non per alimentare polemiche, ma per difendere un’idea di cultura che sento minacciata.”
Scrive così in un post pubblico lo scultore aquilano Valter Di Carlo.
“La Perdonanza è sempre stata una festa del popolo. Un simbolo di apertura, di perdono, di spiritualità e condivisione. Un momento in cui la città si ritrovava unita, senza barriere. Ma oggi, pur riconoscendo il valore artistico di molti eventi, non posso ignorare una trasformazione che mi lascia perplesso.
Sempre più spettacoli ed eventi sono a pagamento o accessibili solo su prenotazione, con posti riservati, spazi transennati, ingressi contingentati. Comprendo le esigenze organizzative e di sicurezza, ma mi chiedo: non stiamo forse allontanando le persone più fragili, quelle che più avrebbero bisogno di cultura?
È giusto che in una città che ha sofferto tanto, che porta ancora ferite profonde, la cultura diventi un bene riservato a chi può permetterselo? La bellezza non dovrebbe essere filtrata da un biglietto. La musica, il teatro, la poesia non dovrebbero conoscere confini economici.”
“Negli ultimi anni – prosegue Di Carlo – si sono spesi milioni per la cultura, e questo è un segnale importante. Ma ogni investimento pubblico, soprattutto in una città che si fregia del titolo di Capitale Italiana della Cultura, dovrebbe portare benefici concreti e diffusi: teatri riaperti, spazi di creazione, percorsi formativi, opportunità per i giovani e per chi vive la cultura non come un lusso, ma come una necessità vitale. Invece, ci troviamo con eventi spettacolari ma temporanei, mentre il Teatro Comunale resta ancora chiuso, molte realtà artistiche faticano a trovare spazio e voce, e interi quartieri restano fuori dalla grande narrazione culturale. L’Aquila è molto più della sua piazza centrale. Sono un artista, non un amministratore. Ma l’arte ha anche un dovere civile: far riflettere, denunciare, proporre. E io vorrei proporre un ritorno a una cultura accessibile, pensata per tutti. Dove non serve un invito, una prenotazione o una conoscenza per sentirsi parte.”
“Vorrei che la Perdonanza tornasse a essere dono, non spettacolo. Che le sue piazze tornassero a riempirsi di volti diversi, senza filtri. Che anche un passante, un anziano, un bambino potesse ascoltare un concerto o assistere a una performance senza sentirsi di troppo. Non sto accusando nessuno. So che organizzare è difficile, e che il lavoro culturale merita rispetto e compenso. Ma tra compenso e chiusura, c’è una via di mezzo: quella dell’equilibrio, della visione, della cura per chi la cultura la vive ai margini. La vera rinascita culturale non è nei numeri, ma nei volti di chi partecipa. Lo so bene, perché ho donato opere a questa città senza chiedere nulla in cambio. Perché l’arte ha senso solo se restituisce. E oggi vorrei che anche la Perdonanza restituisse qualcosa: non solo spettacoli, ma un senso di comunità, un gesto gratuito, una carezza collettiva. La cultura è di tutti. E se non è accessibile, non è cultura: è solo intrattenimento. Torniamo a scegliere la prima.”