D’amore, di morte e di altre sciocchezze: grazie Francesco per esserci stato

D’amore, di morte e di altre sciocchezze: grazie Francesco per esserci stato
07 Ago 2026

di Fabio Pelini

Quando ero poco più che un bambino mia sorella mi sequestrava nella sua camera e mi propinava ore e ore della musica di Francesco Guccini. Allora, preso come tutti i ragazzini quasi esclusivamente dalla passione per il calcio, avrei potuto sviluppare – con lo spirito di contraddizione tipico di un’età in divenire – la passione, che so per un Battisti o per taluno di quei gruppi o cantanti alla moda, permanentemente nell’etere delle tante radio commerciali dell’epoca.

E invece non è andata così. Perché le storie che raccontava il Maestrone ti entravano dentro, grazie ad un affresco di emozioni e di valori con i quali è stato naturale, per me e per tante e tanti come me, entrare in una connessione sentimentale.

Mi sono innamorato delle sue canzoni senza neanche rendermene conto. Come quando cominci a guardare in maniera diversa una persona un passo alla volta, via via che ci condividi storie, esperienze, dolori e passioni. In quei testi densi di suggestioni intime e impegno sociale è stato naturale ritrovarci se stessi e i propri sogni, ma anche i non sempre facili rapporti d’amore e le disillusioni.

Dopo l’approccio in famiglia, ritrovai Guccini nella militanza giovanile, dove le sue canzoni erano la colonna sonora di giornate totalizzanti. Serviva caricarsi per una manifestazione? E noi a cantare la locomotiva a squarciagola; la scomparsa prematura di qualcuno di caro piombava nella tua vita? Ecco In morte di S.F. a confortare quel dolore. Anche il rito di passaggio obbligato dato dalla sofferenza nella fine di un amore trovava il sollievo in brani come Farewell o Quattro stracci.

E poi c’erano Eskimo, Vedi cara, Incontro, Nostra signora dell’ipocrisia, Quello che non, Autogrill, Canzone delle osterie di fuori porta, insieme a tantissime altre: decine di storie in cui immedesimarsi, di cui innamorarsi, con cui rinfrancarsi. Ce n’erano e ce ne sono per ogni situazione, sempre con le parole giuste che si fanno ricercate o popolari a seconda dell’esigenza, in un equilibrio perfetto, tale da giungere dritto al proprio sentire più profondo.

In tempi dove con patenti facili tutto diventa lirica e filosofia, quella di Guccini è Poesia vera, capace di tratteggiare ritratti, personaggi ed accadimenti con il tocco profondo e delicato di chi conosce le leggi del mondo, ma che non teme di sfidarle, con invettive come L’avvelenata o Cyrano, diventate quasi dei manifesti esistenziali, mai figli di pregiudizi o dogmi e dunque mai banali.

Storie in musica, all’insegna di un pensiero originale, critico, scevro da ogni forma di conformismo. E sempre con lo scorrere del tempo sullo sfondo. Sì, quell’alternarsi senza tregua delle stagioni, vero convitato di pietra di ogni canzone, riflessione, speranza o smarrimento del Nostro.

Nella mia memoria affiora indelebile un ricordo di un quarto di secolo fa: erano i primi anni Duemila, quelli della guerra al terrorismo e poi delle prove false costruite per legittimare l’intervento militare in Medio Oriente. Con un paio di amici partimmo con l’auto per andare a sentire un suo concerto a Vasto. Ascoltarlo dal vivo per noi aveva una valenza terapeutica, era una sorta di toccasana per proteggerci dai mali del mondo, quasi un rito apotropaico.

Da gucciniani doc, con alle spalle altri suoi concerti, sapevamo benissimo che la liturgia di ogni esibizione prevedeva come una sorta di overture Canzone per un’amica e terminava con La locomotiva. Quando mancavano ormai pochi chilometri all’area del concerto penso ad alta voce e lo condivido con i miei amici: – questa volta sarebbe bello se aprisse con Libera nos Domine, visti i tempi che viviamo. La buttai lì, consapevole che quella era una canzone che non cantava da molto tempo, figuriamoci se addirittura poteva aprirci un concerto.

E invece la magia avvenne: Francesco aprì lo spettacolo proprio con quel brano che poi, visto che amava intrattenersi istrionicamente con il pubblico tra una canzone e l’altra, spiegò riferendosi proprio al pericoloso contesto internazionale che andava delineandosi.

Francesco Guccini erano tanti anni che aveva abbandonato le scene: l’ultima esibizione pubblica risale al giugno 2012 in occasione del Concerto per l’Emilia, kermesse a più voci per raccogliere fondi dopo il terremoto. Ma aveva riacceso l’entusiasmo del suo vasto seguito intergenerazionale pubblicando qualche anno fa Canzoni da intorto e Canzoni da osteria, ultime chicche di un percorso iniziato nel 1967 con la pubblicazione di Folk Beat n. 1. Due album, quelli pubblicati nel 2022 e 2023, senza brani inediti ma con l’interpretazione di canzoni popolari della tradizione di lotta sociale e brani in dialetto.

Quasi un canto del cigno.

Ora che te ne sei andato, che il giorno tanto temuto per noi che ti abbiamo amato così visceralmente è arrivato, ci resta l’enorme patrimonio delle tue quasi duecento canzoni, con cui siamo cresciuti e che ci hanno aiutato nel nostro cammino, nella buona come nella cattiva sorte.

Perché se è vero che ciascuno porta la sua lanterna nel buio della vita, grazie alle tue storie ci siamo sentiti meno soli, e oggi le migliaia di persone che ti rendono omaggio nelle piazze, per le strade, sui social, hanno perso un pezzo importante della loro stessa esistenza, pur restando a simboleggiare tante tessere di un puzzle improntato ad un idem sentire.

Grazie Maestro, grazie eterno studente, è stato bellissimo. Adesso goditi il tuo “paradiso su misura” e grazie per esserci stato.


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