di Alessandro Chiappanuvoli
(Spero non di essere troppo straziante, ma scrivere a qualcuno che possa leggere subito è una cosa che mi mette in uno stato d’animo migliore. Per un po’ penso ad altro.)
1. Presi Zenobio il 26 settembre 2017 perché desideravo un figlio. Dopo relazioni andate male, anche per colpa mia, forse per una mancanza di capacità di stare nel presente, nel reale, e con uno stupido bisogno di cercare sempre di più, sempre qualcosa di meglio, di più vicino ai sogni, mi era rimasta la voglia di diventare responsabile, responsabile per qualcun altro. Avevo 36 anni e volevo essere padre.
2. Scelsi di prendere un bracco tedesco perché volevo un cane indistruttibile che mi accompagnasse in montagna, nei giri per i paesi, un cane che non si stancasse mai. E doveva avere le orecchi lunghe. Il mio amico Emiliano, l’amico che era con me nell’ultima passeggiata, mi consigliò questa razza. Io non la conoscevo, ma la sera stessa cercai meglio e mi decisi. Poi trovai, sempre quella sera, un annuncio di una cucciolata proprio all’Aquila. Domenica andai a vederli, m’innamorai subito. Lunedì, dopo pranzo, sono andato a prenderlo.
3. Zenobio Chiappanuvoli, questo il vero nome, era un inferno di energia, ma anche un essere con infinito bisogno di contatto, di vicinanza. Sapeva essere un peluche e un cyborg. Dopo un mesetto facemmo la prima camminata nella Valle del Vasto e ricordo che mi fece prendere più colpi che altro. Camminò 12 km senza colpo ferire. Lo portai quasi sempre al guinzaglio, ma era come un sacrificio. Esplodeva di energia e di vitalità.
4. Dovevo portarlo a camminare, a fare i bisogni, dovevo educarlo, dovevo cercare di sopperire a tutte le sue necessità e io imparai a trovare forze di cui non sospettavo l’esistenza. Come una madre. Ma lui non aveva grandi bisogni. Non ha mai fatto la pupù in casa, la pipì per un paio di giorni, poi capì subito che era il giardino il posto giusto. Però non potevo lasciarlo solo, piangeva o devastava tutto. E io non so mai stato un padrone tenero, io l’ho forzato, l’ho lasciato solo a posta, ma nulla. Dopo qualche mese di prove, cominciai a lasciarlo dai miei genitori, che vivono al piano di sotto al mio. Anche se all’inizio veniva ovunque, concerti, teatro, uscite, ovunque. Il problema era che a un certo punto voleva dormire e non riusciva a farlo se non sopra di me. E poi era sempre sacrificato, solo in mezzo alla natura pareva stare bene ed essere sereno.
5. L’ho educato come meglio potevo. Era il mio primo cane e non sapevo come fare. Decisi per il rigore. Mi dicevo che era meglio un cane stupido, frustrato, fessacchiotto che mi temeva, che un cane con quella energia che avesse preso il sopravvento su di me, sul mio carattere. Con il rinforzo positivo, non so riuscito mai ad avere risultati. Eppure gli ho insegnato a riportare il bastone, a cercare le tracce di tartufo, senza riuscire a fare il passaggio al tartufo naturale, per mia incapacità, a salire in aiuto, la cuccia, fermo, resta, stai vicino, cammina qua, ecc. L’unica cosa che non ha mai imparato è ad andare decentemente al guinzaglio. Solo se lo teneva un bambino piccolo, capiva che non doveva tirare.
6. Per me, in brevissimo tempo, ha preso a rappresentare l’universo delle mie emozioni e l’orizzonte dei miei propositi. Tutto doveva essere fatto per e con Zeno. Mi sono concesso solo due vacanze senza di lui, nel 2018 e 2019, poi basta. Poi solo e sempre vacanza con lui. Ed era la risorsa delle mie energie, qualsiasi cosa si dovesse fare lui era pronto. Qualsiasi cosa non avessi voglia di fare, attingevo da lui. Poteva e riusciva a sostenere ogni impegno, ogni compito, era la fonte da cui traevo la determinazione per andare avanti, in ogni momento, davanti a qualsiasi problema. Il nostro rapporto era diventato simbiotico. Non staccava mai lo sguardo da me e io lo dovevo toccare in continuazione. Le ‘recchie di gomma, la nasca (il naso), le Seychelles (le ascelle), le zampotte, il petto pettone, le palline palline, il pisellino minidotato, il collo taurino, i labberoni appiccati (le labbra), la codina stupida che era diventata la spia di accensione: quando si muoveva era attivo, quando vibrava era in fase di ricarica, quando era ferma era svenuto. Il suo corpo era il mio. Era il mio rifugio. Affetto, anti-stress, relax, ma anche nervosismo, ansia, paranoia, tutto passava attraverso il suo corpo e lui, paziente, sopportava.
7. Durante il Covid, lo abbracciavo 97 volte al giorno e lui non ce la faceva, a volte. Lo vedevo che mi diceva con gli occhi “ancora!!?!?”. Ma io sono un essere fisico, devo abbracciare e c’era solo lui. Ma in quel periodo ha imparato a darmi i bacini, muso sulla mia guancia, e gli abbraccini, mi metteva la testa sulla spalla e si lasciava stringere. Sapevo che per il mio amore, per il mio benessere lui era fondamentale. E un po’ lui ci marciava pure, fino a che non riportavo ordine. Ho usato modi duri tante volte, ma non siamo mai stati arrabbiati per più di 5-10 minuti. Tornava subito il contatto, il sorriso, il suo e il mio, un equilibro speciale, sovrumano.
8. Zeno era il mio attaccamento a questa vita infausta. Una vita a cui non riesco ad adattarmi, una vita per cui sento nel profondo del mio animo che non c’è spazio per me e che io non sono fatto per lei. Zeno era il mio ponte con il tutto, con il mondo, con voi, con il lavoro, con la scrittura, era l’ultima e nuova radice che mi alimentava. Zeno era la luce al mattino, l’ultimo pensiero alla sera. Era lo spirito guida del mio rimanere ancora nel mondo e nella vita. Perché non sono una persona facile, non sono una bella persona, non sono uno che riesce stare lontano dalle emozioni, che riesce a soffrire poco o con le giuste proporzioni. Tutto mi fa male come se mi uccidesse, tutto: la fine di una relazione, un rifiuto, un lavoro andato male, un tradimento di qualsiasi tipo, un problema insormontabile, tutto mi spezza ma non mi uccide, e resto a soffrire per un periodo incredibilmente lungo di tempo. Zeno sopperiva a tutto questo. Zeno mi riportava a noi, a cosa c’era comunque da fare. A un principio di realtà che mi ha salvato dall’oblio più e più volte in questi otto anni. Zeno era l’amico di cui avevo bisogno, la donna che avrei voluto al mio fianco, il compagno di lavoro e di avventura perfetto, il figlio su cui poter fare sempre affidamento. Era arrivato, soprattutto in questi ultimi due anni, a essere tutto il contatto e il mondo relazionale che mi bastava e di cui sentivo profondamente bisogno. Bastava lui, mi dicevo.
9. Ciò di cui sto parlando, credo, non sia giusto. Non è giusto per una relazione umana sana e non lo è neanche per una relazione essere umano/animale. Era troppo, forse. Ma era un troppo che lui gestiva con una leggerezza impressionante. Lui sapeva che io non avevo un equilibrio mio, lui sapeva che era diventato il bastone del mio cammino. Un po’ se ne approfittava, con qualche libertà di troppo, con qualche atteggiamento sopra le righe, con qualche richiesta da bimbo viziato, ma in un modo stolido, forte, equilibrato, tenace rispettava il ruolo che gli avevo dato. Sapeva di essere la base della mia vita. Ci scambiavamo queste dinamiche: siamo l’uno per l’altro fondamentali, abbiamo entrambi bisogni che possiamo soddisfare l’un l’altro fino a un certo punto, accontentiamoci di stare insieme e cerchiamo di vivere ogni momento alla grande.
10. Se Zeno non ci fosse stato in questi anni, io sarei una persona molto più triste della persona triste che sono. Se Zeno non ci fosse stato io non conoscerei lati della vita che mi hanno aperto orizzonti impensati. Se Zeno non ci fosse stato, io non conoscerei me stesso come mi conosco oggi. Se Zeno non ci fosse stato, io non avrei fatto quel po’ che ho fatto in questi anni. Se Zeno non ci fosse stato, io non so dove potrei essere ora, come potrei stare, che persona sarei, quali dolori mi porterei dentro che lui è riuscito a lenire. Senza Zeno, non saprei che tipo di legame avrei oggi con la vita, con questa cosa dell’essere al mondo e fare cose. Senza Zeno, certamente il mio amore e il mio dolore mi avrebbero divorato. Lui mi ha protetto e salvato, anzitutto, da me stesso.
Grazie.
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