Con la scusa del calcio. Le battaglie sociali dello United L’Aquila

Con la scusa del calcio. Le battaglie sociali dello United L’Aquila
09 Apr 2025

Di Sara Ramzi, pubblicato da “il manifesto”. Realizzato all’interno della scuola di giornalismo Lelio Basso

Timidi raggi di un sole invernale sfiorano il campo da calcio. Dietro le panchine, le cime innevate del Sirente-Velino delimitano l’orizzonte: insieme al Gran Sasso sono tra le vette più alte degli Appennini, la catena che circonda L’Aquila, dove le montagne fanno parte del panorama urbano. Dal 2009, anno in cui una scossa di terremoto provocò 309 vittime e settanta mila sfollati, ad arricchirlo ci sono anche alte gru. Oltre la rete del campo ne spuntano alcune.

La quiete domenicale viene interrotta da un urlo: «Stay United! Stay free!». Undici ragazzi in divisa biancorossa escono dagli spogliatoi. Qualcuno cammina velocemente, qualcun altro dà una pacca sulla spalla a un compagno. Dalle loro magliette spunta il disegno di un mammut, uno dei simboli più significativi della città: il legame affonda le radici nel 1954, quando, durante gli scavi in una cava d’argilla, tra lo stupore degli operai venne ritrovato uno scheletro di Mammuthus meridionalis, risalente a oltre un milione di anni fa.

Dal 2018 è il simbolo anche dello United L’Aquila, la squadra di calcio popolare che gioca in terza categoria. A correre dietro al pallone di cuoio sono aquilani, richiedenti asilo, rifugiati e studenti fuori sede. Il progetto nasce dall’idea di persone provenienti da diverse esperienze politiche e sociali del territorio: lavoratori di centri d’accoglienza, volontari della Comunità 24 Luglio – Handicappati e Non, qualche sportivo. E poi le attiviste e gli attivisti di Casematte, lo spazio sociale aquilano occupato proprio dal 2009, situato nella zona abbandonata dell’ex ospedale psichiatrico di Collemaggio. Tutti accomunati dalla volontà di lavorare, attraverso il calcio, sull’inclusione sociale a L’Aquila. «Tramite lo sport di base cerchiamo di far incontrare le persone, metterle insieme e da questo nasce la nostra storia di integrazione. Anzi, mi piace di più dire mescolanza», spiega Claudio Del Tosto, dirigente dello United e operatore del progetto Sistema accoglienza integrazione (Sai) dell’Arci Solidarietà L’Aquila.

In campo c’è chi tra le montagne aquilane ci è nato e ci ha sempre vissuto, chi ci fa tappa nel proprio percorso migratorio o di studio e anche chi ci capita per caso e sceglie di rimanere. Ben Siaka Bakayoko vive stabilmente a L’Aquila da otto anni. Nato ad Azaguiè, in Costa D’Avorio, dopo un periodo di lavoro in Libia decide di attraversare il Mediterraneo. «Mi è piaciuta la città e sono rimasto. All’inizio avevo difficoltà a fare amicizie oltre ai ragazzi del centro d’accoglienza, stavamo sempre tra di noi», racconta l’ex capitano e dirigente dello United L’Aquila. Incontra l’associazione nei giorni in cui prendeva forma, diventandone uno dei primi protagonisti. «Non parlavo tanto, nemmeno quando ho cominciato a capire l’italiano. Ero timido», afferma. «Col tempo mi sono aperto. Lo United mi ha aperto tante porte, è stata una fortuna. Una fortuna che però non viene così da sola, un po’ sei anche tu a cercarla». Ora ha 33 anni e vive a Villagrande, frazione del comune di Tornimparte di circa settecento abitanti. Dopo tre anni di attesa, nonostante la pratica di ricongiungimento richieda tra i sei e i dodici mesi, sua moglie Khady Bakayoko è arrivata in Italia. Fuori dal campo, L’Aquila l’ha conosciuto per i suoi interventi sull’antirazzismo nelle manifestazioni, nelle iniziative culturali e nelle scuole. Il percorso con lo United, sottolinea, l’ha aiutato a costruire una rete sociale.

Dopo tre anni, i coniugi Khady Bakayoko e Ben Siaka Bakayoko si abbracciano all’aeroporto di Fiumicino.              Foto di Sara Ramzi

In Abruzzo vive l’1,6 per cento delle persone straniere residenti in Italia, secondo la fondazione Openpolis: circa ottantamila persone, di cui solo duemila sono richiedenti asilo e rifugiati. «Quando abbiamo iniziato a lavorare, nel 2011, negli uffici non sapevano neanche chi fossero le persone rifugiate. La prima volta che accompagnammo un ragazzo al centro per l’impiego, la risposta fu: “Lui non si può iscrivere perché è rifugiato, deve aspettare 5 anni”», racconta Andrea Salomone, responsabile del progetto Sai dell’Arci Solidarietà L’Aquila. «Se prima la difficoltà era trovare lavoro, ora è l’inserimento abitativo. Non si trovano case. Altri enti da diverse zone d’Italia mi hanno raccontato di avere lo stesso problema, ma in una città come L’Aquila con case ristrutturate dopo il sisma e lasciate intenzionalmente vuote la situazione prende una piega surreale», aggiunge. Nel capoluogo abruzzese il 47 per cento delle case sono inabitate, contro una media nazionale del 30 per cento. Lo spopolamento dell’entroterra preoccupa la politica locale, eppure trovare casa per una persona migrante richiede vari tentativi e tempi lunghi. Nei casi peggiori, si è costretti a chiedere a conoscenti italiani di mediare con i proprietari. Parallelamente, le persone migranti si organizzano in modo autonomo per far fronte alle difficoltà. Due anni fa, insieme ad altre donne e uomini originari dell’Africa occidentale, Ben Siaka Bakayoko ha fondato l’associazione di Solidarietà tra stranieri in Abruzzo (Assia), la prima organizzazione nella regione composta interamente da persone migranti con l’obiettivo di mettere insieme le competenze per orientarsi e fare comunità.

Le questioni legate a lavoro e documenti sono centrali, ma «il divertimento è altrettanto importante», sottolinea sorridendo l’ex capitano. La festa più partecipata è in occasione dell’Eid al Fitr, il giorno che chiude il mese di Ramadan in cui la rottura del digiuno viene celebrata collettivamente a Piazza D’Arti. Lì, alcune costruzioni antisismiche provvisorie sono diventate le sedi del post terremoto di un teatro, botteghe equo-solidali e varie associazioni. Tra queste c’è anche la Comunità 24 Luglio, che da oltre quarant’anni si occupa di disabilità motoria, sensitiva e intellettiva. Oltre ad avere un membro nel direttivo dello United, Gianluca Corsi detto Gianluchino, giovani e meno giovani della Comunità seguono i mammut tutte le domeniche. «Nel rapporto con la disabilità non bisogna proteggere, ma dare le stesse opportunità e lasciare alla persona la libertà di decidere se una cosa la può fare o no. Nello United succede questo», sottolinea Fausta Esposito, psicoterapeuta e volontaria della Comunità. «Ricordo una festa in cui c’era Franco, un ragazzo in sedia a rotelle. Ha riso e ballato a lungo con uno dei ragazzi dell’Under 19. Nessuno gli aveva detto: “Fa’ integrare Franco, fallo ballare”. Ma quell’aria la si respira talmente tanto che, anche se con la disabilità non ci hai avuto niente a che fare, ti trovi preparato», racconta con emozione.

L’Under 19 è lo sguardo dello United sul futuro. Giovani tra i 16 e 19 anni possono iscriversi in maniera gratuita. I costi delle attività sportive per alcune famiglie spesso non sono sostenibili: l’idea è rendere lo sport di base accessibile a tutti. «Ero in Marocco. Stavo per tornare a L’Aquila e un mio amico mi ha mandato la foto di una locandina appesa sotto casa: lo United stava formando una squadra under 19». Così inizia la prima esperienza nel calcio di Lhassan Naim, ricci ribelli e sorriso gentile. Il colore ambrato della pelle, nelle scuole di provincia, è stato motivo di esclusione. Ora rivendica fieramente di essere figlio di più culture. È nato nel salernitano da genitori originari di Berrechid, in Marocco, arrivati in Italia nei primi anni Duemila. Il lavoro li ha portati a trasferirsi in varie regioni per poi stabilirsi in Abruzzo. Frequenta l’istituto di Ragioneria ed è il più giovane giocatore della prima squadra.

I gemelli Lhassan (destra) e Lhassin Naim, nati in Italia da genitori originari di Berrechid, Marocco.                          Foto di Sara Ramzi

Il suo futuro lo immagina a L’Aquila. Eppure, nonostante abbia sempre vissuto in Italia, per lo Stato è un cittadino straniero. «In Italia sei marocchino, in Marocco sei italiano, ti senti bloccato tra due mondi. Ma vivo in Italia, i miei amici sono in Italia, parlo italiano». Lhassan Naim ha compiuto 18 anni. Dopo vari rallentamenti è riuscito a depositare i documenti necessari per richiedere la cittadinanza italiana: è la prima pratica avviata da una persona nata in Italia al Comune nella sua sede di Paganica, la frazione aquilana più popolosa.

Durante Sangregoriese-United è in panchina. Ha gli occhi incollati sui compagni in campo. Lo United segna quattro gol, ma la squadra avversaria ne recupera improvvisamente due. Sale la tensione.L’arbitro fischia tre volte. Sul campo di San Gregorio lo United vince 2-4. La gioia esplode sugli spalti e i giocatori corrono verso la curva. È una stagione buona per lo United. Claudio Del Tosto ricorda che «i risultati aiutano a lavorare meglio, ma i veri obiettivi sono quelli sociali». Gianluchino posa lo scettro del guardalinee, la bandierina, e corre anche lui sorridendo verso i tifosi.

Gianluca Corsi (Gianluchino) corre verso i tifosi. Foto di Sara Ramzi

 


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