Chiesa sbarrata agli ultimi, Prosperococco: “Chi è così disumano non può rappresentare una comunità”

Chiesa sbarrata agli ultimi, Prosperococco: “Chi è così disumano non può rappresentare una comunità”
06 Gen 2026
di Massimo Prosperococco
Vi confesso che questa volta faccio davvero fatica a scrivere. Fatica vera, quella che toglie le parole.
Dopo aver letto, dopo aver ascoltato amici e volontari che ogni giorno portano aiuto a chi non ha nulla, sono rimasto senza fiato davanti a ciò che è accaduto all’Aquila. Un “assessore” comunale ha ingiunto di non ospitare dentro una chiesa, sì, una chiesa, in particolare San Bernardino a Piazza d’Armi persone che cercavano solo riparo. Un luogo che per secoli è stato rifugio, protezione, accoglienza. Anche quando fuori infuriavano guerre, pestilenze, carestie. Anche nel Medioevo, quando chi entrava in una chiesa era salvo.
Le chiese hanno accolto durante le carestie, durante le pandemie, nei momenti più bui della storia. Hanno aperto le porte ai più fragili, ai malati, agli ultimi. Oggi invece assistiamo a un atto che di umano ha ben poco.
Ventitré, ragazzi, pakistani e afghani, hanno dormito fuori, sotto la pioggia, al freddo, senza scarpe, senza ricambi, senza nulla. E dormiranno ancora così. Non per mancanza di spazi, non per impossibilità oggettive, ma per una scelta politica. Fredda. Disumana.
E c’è di più. Chi ha provato a fare la cosa giusta, chi ha avuto il coraggio di dire “apriamo quella porta”, viene definito provocatore. Provocatore perché propone di far dormire esseri umani al riparo, dentro una chiesa per una notte. Una chiesa provvisoria che non dobbiamo mai dimenticare, costruita per noi, quando nel 2009 non avevamo più nulla. Nemmeno una chiesa.
Qui non c’entra l’immigrazione, non c’entrano i flussi, non c’entrano le ideologie. Qui c’entra una sola parola: umanità.
La stessa umanità che noi aquilani abbiamo ricevuto dopo il terremoto.
La stessa umanità che ci ha salvato, che ci ha scaldato, che ci ha dato da mangiare, che ci ha permesso di rialzarci. L’umanità di tutta l’Italia e del mondo che è venuto ad aiutarci senza chiederci chi fossimo, da dove venissimo, cosa votassimo.
E oggi cosa facciamo?
Attraverso uno dei massimi rappresentanti eletti di questa città, diciamo no. Chiudiamo una porta. Giriamo lo sguardo. Calpestiamo ciò che diciamo di essere. Se questo “assessore” si definisce cristiano e cattolico, forse dovrebbe studiare un po’ meglio cosa significa esserlo. Forse dovrebbe rileggere il Vangelo, ma soprattutto guardarsi dentro e chiedersi cosa significhi essere una persona umana.
Perché di una cosa sono certo: questa città non ha bisogno di disegni politici costruiti sulla pelle dei più deboli, non ha bisogno di aggressività mascherata da fermezza, non ha bisogno di chi scambia la disumanità per consenso.
Qui non si tratta di immigrazione.
Qui si tratta di umanità.
E chi non la riconosce, chi non la pratica, è fuori da tutto ciò che per me può rappresentare una comunità.

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