di Fabio Pelini
E’ stato necessario un intenso temporale pomeridiano per mettere forse la parola fine all’incendio divampato nel tardo pomeriggio del 21 luglio scorso a Lucoli, nella zona di Prato Lonaro. Ci sono voluti 18 giorni per domare le fiamme giunte fino a Roio e che hanno mandato a ramengo circa duemila ettari. Un danno enorme, oltre la paura e il fumo che ha invaso tutta l’area e il cui cattivo odore si è percepito distintamente in varie zone della città.
Se ciascuno può rallegrarsi per l’esito finalmente positivo, ora che l’emergenza sembra essere alle spalle, è doveroso fare un bilancio di quanto accaduto e capire se si poteva fare di più e meglio. Ed è più di un’impressione sostenere che qualcosa nella gestione dell’emergenza sia mancato.
La prima grande questione emersa già in occasione di altri incendi boschivi è stato l’errore commesso nel dicembre 2016 dall’allora governo Renzi, che pensò bene di sopprimere il Corpo forestale dello Stato, accorpando funzioni e personale nell’Arma dei Carabinieri. Una riforma nefasta, che ha generato lo smembramento delle competenze, la dispersione del personale sul territorio, rendendo di estrema difficoltà il coordinamento tra Stato e Regioni. Per non parlare degli uomini e dei mezzi a disposizione: davvero troppo pochi quando si presentano emergenze simultanee, spesso create ad hoc dagli stessi piromani, che ben conoscono le vulnerabilità della macchina statale.
Non bastasse questo, nell’incendio di Roio ci si è messa anche una gestione discutibile da parte della governance preposta. La struttura che coordina la lotta attiva contro gli incendi boschivi è regionale e si chiama Soup (che sta per Sala Operativa Unificata Permanente). Riunisce il personale della Regione, oltre a quello dei Vigili del Fuoco, della Protezione civile e del volontariato.
Sulla catena di comando si sono evidenziati i primi problemi: per giorni sulla linea del fuoco sono stati presenti solo un pugno di volontari residenti che, esasperati dalla mancanza di uomini a terra necessari all’azione di supporto ai lanci di acqua dall’alto, hanno generosamente ma anche pericolosamente lottato contro le fiamme. L’articolo 39 del Codice della Protezione Civile (quello che consente permessi retribuiti per i volontari impegnati nelle operazioni di spegnimento) è stato attivato dal direttore Maurizio Scelli solo il 5 agosto, quindici giorni dopo il divampare delle fiamme. Scelta che è parsa un po’ tardiva.
In più di un frangente, inoltre, la popolazione maggiormente interessata dall’incendio sulla piana di Roio è sembrata abbandonata a se stessa: la sera del 6 agosto, solo per citare un caso eclatante, fiamme di una certa entità ruggivano a poche decine di metri dai map di S. Rufina, tra lo sconcerto e la paura della popolazione residente.
E’ possibile mai che nessuno si sia preoccupato di comunicare con la popolazione, spiegare in che modo si stesse procedendo, rassicurare se fosse il caso di farlo o mettere in allerta per una possibile evacuazione, ove mai la situazione degenerasse? Niente di questo è avvenuto, e dare comunicazioni fuorvianti (come purtroppo già accaduto) o non darne affatto (come in questo caso) finisce sempre per trasmettere una percezione del rischio ancor peggiore di quel che realmente è.
Collegata a quest’aspetto c’è un’ulteriore questione da evidenziare: le Istituzioni sono state largamente latitanti. Dal sindaco Pierluigi Biondi, che ha seguito l’evolversi della vicenda da remoto, alla sua squadra di governo cittadino, passando per i consiglieri di maggioranza, nessuno si è preso la briga di prendere parte alle complesse operazioni in corso. Stesso discorso per gli altri livelli istituzionali: in un Consiglio Regionale che può vantare ben quattro aquilani, di cui tre di maggioranza (come abbondantemente enfatizzato dopo le ultime elezioni) – camei improvvisati a parte – nessuno li ha visti dalle parti di Roio. Per vedere un parlamentare aquilano, infine, si è dovuto attendere l’arrivo del senatore Guido Liris, il diciassettesimo giorno.
Comprendiamo che presenziare al taglio di un nastro sia sensibilmente più piacevole che cimentarsi nello spegnimento di un incendio in piena estate; dovrebbe però essere altrettanto acclarato che una classe dirigente degna di questo nome è quella che conduce la nave in burrasca e indica la rotta all’equipaggio spaurito.
Un ultimo aspetto va infine rimarcato: in tutta la gestione dell’emergenza l’unica priorità di cui si è tenuto conto è parsa essere la salvaguardia dell’incolumità delle persone. E ci mancherebbe pure. Ma pensare che sacrificare alberi, boschi e prati sia qualcosa tutto sommato accettabile significa letteralmente non aver capito nulla: annientare la vita degli animali e delle piante, danneggiare il terreno (per decenni), arrestare il lavoro della natura nel pulire l’aria e creare grandi pericoli di frane e alluvioni quando piove significa letteralmente mettere le basi per enormi problemi in prospettiva futura.
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