di S. R.
Bruno D’Inzillo, Bernardino Di Mario, Fernando Della Torre, Carmine Mancini, Giorgio Scimia, Francesco Colaiuda, Anteo Alleva, Sante Marchetti e Pio Bartolini. I loro nomi, come ogni anno, risuoneranno questa mattina a piazza Nove Martiri a L’Aquila, nell’angolo di centro storico dedicato alla loro memoria e luogo in cui si celebra la festa della Liberazione. I nove giovani vennero uccisi il 23 settembre 1943 nel capoluogo abruzzese da un plotone di fascisti e nazisti. Si erano rifugiati sulle montagne verso Collebrincioni per fuggire dai rastrellamenti. Quando vennero costretti a scavare la loro stessa fossa e poi fucilati avevano intorno ai vent’anni, qualcuno pochi di meno.
Una mattina/ mi son svegliato. Esattamente settant’anni dopo, il 23 settembre 2013, il 26enne palestinese Anan Yaeesh fugge dalla Palestina dopo anni di violenze, torture, tentati assassinii, carcere. È conosciuto in patria e perseguitato dall’occupazione israeliana perché è un comandante partigiano. La sua storia da militante inizia a 15 anni, quando una sua amica fu uccisa a sangue freddo da un soldato israeliano a un checkpoint. Lontano dalla sua terra da oltre un decennio, nel gennaio 2024 viene arrestato a L’Aquila su richiesta di estradizione israeliana, per poi ricevere – insieme ad altri due ragazzi palestinesi residenti in Abruzzo – un altro mandato di cattura per associazione a delinquere con finalità di terrorismo: viene accusato di sostenere dall’Italia le Brigate Tulkarem, gruppo di resistenza attivo in Cisgiordania.
Una mattina/ mi son svegliato/ e ho trovato l’invasor. È di nuovo 25 aprile. In piazza c’è la simbolica colazione resistente. Ma a circa tre chilometri di distanza dal luogo dedicato ai partigiani aquilani, in queste settimane è iniziato il processo ad Anan Yaeesh. Nella città dei nove martiri, davanti alla Corte d’Assise dell’Aquila, contro il giovane nato e cresciuto sotto occupazione vengono inseriti alle prove verbali di interrogatori fatti da servizi segreti e polizia giudiziaria di uno stato – Israele – che in questo momento storico sta compiendo un genocidio e che da oltre settant’anni occupa la Palestina. A cosa servono le ricorrenze se i partigiani di oggi li chiamiamo terroristi, se i martiri uccisi sono solo “morti”? Se “la Repubblica democratica fondata sulla costituzione, figlia della lotta antifascista” sembra una vecchia illusione che si allontana a colpi di decreti che criminalizzano il dissenso, tra sudditanza nei confronti di stati occupanti e prospettive di riarmo? Se non sappiamo riconoscere “nostra nonna/nostro nonno” partigiano nelle donne e negli uomini che resistono in Palestina e nel mondo, tanto vale cancellare la ricorrenza dai calendari.
“Signor Giudice, l’entità sionista uccide e distrugge in Palestina sin dal 1947 e non dal 7 ottobre. Ma il mondo è rimasto immobile e in silenzio, e il dolore lo prova solo chi riceve la ferita. Ci troviamo ad affrontare una violenza squadrista, nazi-fascista, così come il popolo italiano ha affrontato l’aggressione e la violenza nazista tedesca. La differenza tra noi e voi, però, è che dopo più o meno 20 anni, voi siete riusciti a liberarvi, mentre noi, dopo 75 anni, ci ritroviamo ancora a resistere.
Signor Giudice, se la resistenza palestinese, legittimata da tutte le corti internazionali, a cui l’Italia ha aderito e riconosce legittimità, oggi la considerate terrorismo, allora, stando allo stesso principio, anche la resistenza italiana contro Mussolini, il fascismo e la Germania nazista dovrebbe essere definita terrorismo”, afferma in una dichiarazione spontanea Anan Yaeesh il 26 febbraio 2025.
O partigiano/ portami via. Solo da marzo sono 2mila i palestinesi uccisi nei bombardamenti israeliani nella Striscia di Gaza. Sono oltre 50 mila dall’inizio dell’ennesima offensiva israeliana, nell’ottobre 2023. Nelle aule del Tribunale dell’Aquila viene chiesto ai testimoni palestinesi perchè usino la parola shahid (martire) e se in passato avessero mai parlato con gli imputati di ciò che succede in Palestina. È come se, dopo i bombardamenti del quartiere San Lorenzo a Roma, nel luglio del 1943, si fosse chiesto a un romano se parlasse con i suoi concittadini di ciò che era successo in città. Piangere i martiri, accertarsi dei vivi, scambiarsi notizie, condividere foto di ciò che resta di case bombardate o buttate giù dai bulldozer israeliani, assistere in diretta alla devastazione della propria terra sotto occupazione da settant’anni, evidentemente è un comportamento che desta sospetto agli occhi degli inquirenti italiani.
“Se vi è una cosa che mi rattrista, è che tutti i miei compagni hanno avuto l’onore di cadere martiri, lottando per la Palestina, nutrendo con il loro sangue quella terra di pace e amore, violata dall’occupazione sionista. E io non ero al loro fianco.
Non amiamo la morte; al contrario, siamo un popolo che ama la vita più di ogni altra cosa. […]
Non voglio difendermi dall’accusa di avere dei diritti e di averli rivendicati, o di aver tentato di liberare la mia gente e il mio Paese dall’oppressione coloniale. Giuro che non intendo essere assolto dalla legittima resistenza contro l’occupazione sionista. La resistenza palestinese è uno dei fenomeni più nobili conosciuti dalla storia.
Piuttosto, mi vergogno di trovarmi in una stanza calda, anche se in carcere, mentre i bambini di Gaza muoiono di freddo, fame e sete. Mi vergogno del buon trattamento ricevuto dalle autorità carcerarie qui, mentre i miei fratelli prigionieri nelle carceri israeliane vengono sottoposti ai peggiori tipi di tortura, oppressione, sevizie”, afferma nella sua dichiarazione Yaeesh.
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