di Fabio Pelini
E’ stato a capo dell’Uruguay dal 2010 al 2015, ma José Alberto Mujica Cordano, per tutti Pepe Mujica, è stato molto più che un Presidente, una figura riconosciuta ben oltre le latitudini del suo piccolo Paese.
Non tanto e non solo per una vita intensa e avventurosa – quasi da romanzo – che lo ha visto protagonista nel Movimento di Liberazione nazionale dei Tupamaros ai tempi della dittatura militare in Uruguay, e poi come deputato, senatore e ministro prima di essere eletto alla presidenza del Paese.
Mujica ha rappresentato una di quelle figure vere e romantiche, che non hanno mai interrotto la connessione sentimentale con il proprio popolo, senza dimenticare la storia dalla quale provenivano. In un mondo dove l’impegno politico è degenerato nel carrierismo più sfrenato, Mujica ha predicato bene e razzolato meglio, parlando con l’unica lingua davvero coerente, quella dell’esempio.
E’ lui che a fronte dell’indennità da Presidente del suo Paese, corrispondente a circa 8mila euro mensili, ne donava più dell’ottanta per cento ad organizzazioni in prima linea nell’aiuto ai poveri e per progetti di cooperazione. E a chi gli chiedeva come riuscisse a vivere con quella piccola somma di denaro, rispondeva che era quel che gli occorreva per una vita dignitosa, sottolineando come molti suoi connazionali erano costretti a farcela con molto meno. Ed è sempre lui che preferiva continuare a risiedere nella piccola fattoria dove coltivava fiori, piuttosto che nel palazzo presidenziale.
“La mia idea di vita è la sobrietà. Concetto ben diverso da austerità, termine che avete prostituito in Europa, tagliando tutto e lasciando la gente senza lavoro. Io consumo il necessario, ma non accetto lo spreco. Perché quando compro qualcosa non la compro con i soldi, ma con il tempo della mia vita che è servito per guadagnarli. E il tempo della vita è un bene nei confronti del quale bisogna essere avari. Bisogna conservarlo per le cose che ci piacciono e ci motivano. Questo tempo per se stessi io lo chiamo libertà. E se vuoi essere libero devi essere sobrio nei consumi. L’alternativa è farti schiavizzare dal lavoro per permetterti consumi cospicui, che però ti tolgono il tempo per vivere”.
E la vita per lui ha sempre avuto i connotati della lotta: di origini umili, perse suo padre Demetrio all’età di cinque anni. Suo zio gli trasmise la passione per la politica, che non lo avrebbe mai abbandonato. L’esperienza più dura fu però quella del carcere, a seguito del colpo di stato di Juan María Bordaberry: dal 1973 al 1985 il futuro presidente dell’Uruguay fu imprigionato e torturato dai militari, assieme ad altri militanti del movimento Tupamaros. Fu Una notte di 12 anni, parafrasando l’emozionante film dove il regista uruguaiano Álvaro Brechner ha raccontato quella drammatica esperienza, comune a tanti paesi dell’America latina assetati di giustizia e libertà.
Quella di Mujica è stata una figura così antica da rievocare un mondo, quello novecentesco, che sembra sepolto sotto i colpi della turbo globalizzazione; eppure, risulta così attuale, se ci si sofferma sulle degenerazioni economiche, sociali e culturali della modernità. Un mondo dai valori capovolti a cui Mujica contrapponeva una visione diversa. “Non veniamo al mondo per lavorare o per accumulare ricchezza, ma per vivere. E di vita ne abbiamo solo una”. Che lui, coerentemente, ha onorato fino all’ultimo respiro.
Addio Pepe, che la terra ti sia lieve!
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