Il settore socio-assistenziale regionale è in fibrillazione per le rigidità del nuovo quadro normativo. Esperti, educatori storici e cooperative lanciano l’allarme: a rischio la continuità assistenziale e la stabilità occupazionale. L’appello unanime è per la riapertura urgente di un tavolo di confronto con la Regione.
Il sistema dei servizi socio-assistenziali dedicati ai minori in Abruzzo si trova a fronteggiare una fase di profonda turbolenza. Al centro del dibattito, alimentato dalle segnalazioni e dagli approfondimenti emersi anche sul nostro giornale, c’è il nuovo regolamento regionale di autorizzazione e accreditamento delle strutture residenziali e semiresidenziali per minori. Uno strumento normativo nato con l’obiettivo di elevare gli standard di qualità ma che, nella sua applicazione pratica, rischia di produrre l’effetto contrario: paralizzare le comunità, mettere a repentaglio la tenuta occupazionale degli operatori e gravare ulteriormente sui bilanci degli enti locali.
Una delle criticità più scottanti riguarda la qualificazione del personale. Le rigide prescrizioni sui titoli di studio richiesti – in primis la classe di laurea L19 – rischiano di estromettere o di non valorizzare adeguatamente il patrimonio di competenze accumulato dagli educatori storici (oltre 700 persone in Abruzzo). Professionisti che da anni operano quotidianamente sul campo, gestendo situazioni di estrema fragilità e complessità, si trovano oggi in un limbo normativo, penalizzati da un meccanismo che oggi non prevede il riconoscimento dei titoli e di equipollenza e che appare farraginoso e inadeguato alla realtà operativa.
A pesare sul comparto sono anche i rigidi parametri strutturali e organizzativi imposti dal regolamento. Per le cooperative e le imprese sociali che gestiscono l’accoglienza dei minori, l’adeguamento agli standard richiesti comporta investimenti economici insostenibili a fronte di tariffe di rimborso spesso ferme a livelli non più in linea con l’inflazione e con l’aumento dei costi di gestione.
Il rischio concreto è duplice: da un lato, la chiusura o la riduzione drastica dei posti letto nelle strutture accreditate; dall’altro, un sovraccarico insostenibile per i Comuni, chiamati a colmare i vuoti assistenziali senza disporre delle necessarie risorse economiche. A pagarne il prezzo più alto, inevitabilmente, sono i minori inseriti in percorsi di tutela e protezione, la cui stabilità emotiva e relazionale dipende proprio dalla continuità e dalla qualità dell’equipe educativa.
Di fronte a uno scenario che rischia di compromettere un intero settore strategico per il welfare regionale, le voci del territorio convergono su una richiesta non più rinviabile: la riapertura immediata di un tavolo di discussione permanente tra la Regione Abruzzo, le parti sociali, le sigle sindacali, i gestori delle strutture e i professionisti.
Non si tratta di abbassare l’asticella della qualità o della sicurezza, obiettivi condivisi da tutti gli attori in campo, ma di correggere le storture applicative di una norma che non può ignorare la realtà del lavoro sociale. Serve flessibilità nei requisiti di transizione per gli operatori con comprovata esperienza, un adeguamento dei fondi e delle rette di accoglienza e una governance condivisa. Solo attraverso il dialogo e la concertazione sarà possibile evitare il collasso di un sistema che tutela i soggetti più deboli della nostra comunità.
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