Attentato a Sigfrido Ranucci, svolta nell’inchiesta: Lavitola ammette di essere il mandante

Attentato a Sigfrido Ranucci, svolta nell’inchiesta: Lavitola ammette di essere il mandante
13 Ago 2026

Clamorosa svolta nell’inchiesta sull’attentato contro Sigfrido Ranucci, il giornalista e conduttore di Report. Valter Lavitola avrebbe ammesso davanti al gip di essere il mandante dell’azione dinamitarda, fornendo una spiegazione del movente destinata ad aprire un nuovo capitolo nella complessa vicenda giudiziaria.

L’attentato avvenne il 16 ottobre 2025 a Pomezia, nei pressi dell’abitazione di Ranucci. L’esplosione distrusse le automobili del giornalista e di sua figlia. Le indagini della Direzione distrettuale antimafia di Roma avevano successivamente portato gli inquirenti a concentrare l’attenzione su Lavitola, già indicato dalla Procura come presunto mandante dell’azione.

La novità emersa nelle ultime ore riguarda proprio la posizione dell’imprenditore ed ex giornalista-editore. Secondo le notizie riportate dalla stampa, Lavitola avrebbe riconosciuto il proprio ruolo nell’organizzazione dell’attentato, sostenendo però che l’azione non sarebbe stata concepita per uccidere Ranucci.

Il movente, secondo questa versione, sarebbe stato quello di creare una situazione di allarme intorno al giornalista per determinare un innalzamento del livello della sua scorta e della protezione personale. La ricostruzione investigativa riportata dalla stampa internazionale riferisce inoltre dell’ipotesi che l’azione potesse contribuire ad accrescere l’esposizione pubblica del conduttore. Gli investigatori non ritengono, sulla base degli elementi finora emersi, che Ranucci fosse a conoscenza del piano.

Si tratta di uno sviluppo particolarmente significativo anche alla luce della posizione assunta inizialmente dallo stesso Lavitola. Quando era stato ascoltato dalla Procura di Roma l’8 luglio, infatti, si era avvalso della facoltà di non rispondere, rilasciando tuttavia alcune dichiarazioni spontanee nelle quali aveva negato ogni responsabilità: «Non sono stato io, non so chi possa essere stato e non ho idea del movente».

Nel corso dell’inchiesta gli investigatori avevano sequestrato nella disponibilità di Lavitola telefonini, pen drive, manoscritti e altri materiali da sottoporre ad analisi. Era stata inoltre perquisita l’abitazione di Gomes Clesio Tavares, indicato dagli investigatori come il suo factotum e come possibile intermediario con la banda accusata di avere materialmente collocato l’ordigno.

Per i quattro presunti esecutori materiali dell’attentato il Tribunale del Riesame di Roma aveva intanto confermato le misure cautelari e l’aggravante del metodo mafioso. Parallelamente era rimasta sotto la lente degli inquirenti proprio la posizione di Lavitola.

L’inchiesta assume dunque contorni profondamente diversi rispetto alle prime ore successive all’esplosione. Resta ora da chiarire nel dettaglio come sarebbe maturato il progetto, quallavitolai persone ne fossero a conoscenza e quale sia stato il ruolo di ciascuno dei soggetti coinvolti.

Le dichiarazioni attribuite a Lavitola dovranno inoltre essere valutate e riscontrate dagli inquirenti nell’ambito del procedimento. La posizione degli altri indagati resta sottoposta all’accertamento giudiziario e vale, per tutti, il principio della presunzione di innocenza fino a sentenza definitiva.


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