di Federico Del Monaco
Due mondi attaccati
Spagna e Portogallo stanno lì, attaccate una all’altro, eppure sembrano due mondi diversi. Il Portogallo è il rettangolo d’Europa, messo di taglio sull’Atlantico, e conserva ancora lo sguardo sognante del suo Infante Enrico: quello di chi guarda il mare non per vedere dove finisce, ma per capire da dove si può ricominciare.
La Spagna è l’altra faccia della penisola: più larga, più rumorosa, più contraddittoria, con le sue due grandi terre e il suo deserto nel mezzo. Una nazione che le parole dell’inno le aveva, poi le ha cambiate, ricambiate, consumate, fino a decidere che forse era meglio toglierle del tutto e non rimetterle mai più.
Già questo basterebbe per farne una partita: il rettangolo contro l’inno rimasto senza parole. Poi però, purtroppo per loro e per fortuna nostra, c’è anche il pallone.
Il supplementare era già in tuta
Poi però storia, geografia e inni devono sempre fare i conti con il pallone.
In palio c’era troppo, e infatti nessuna delle due si è sbilanciata davvero. Il Portogallo ha aspettato, la Spagna ha palleggiato, la partita è rimasta lì: tesa, chiusa, più trattenuta che spettacolare.
Sul finale il supplementare era già a bordo campo, in tuta, pronto a scendere anche lui in partita. E proprio allora è arrivata la svista: un attimo di ritardo, una fessura lasciata aperta, il gol fulmineo della Spagna. Non un dominio, ma una coltellata. A knife, come dicono gli americani. Il Portogallo quasi salvo, e invece già fuori.
Sotto la stella solitaria
E prima ancora di arrivare ai protagonisti, bisognerebbe fermarsi un attimo sul luogo. Perché Spagna-Portogallo si è giocata nello stadio dei Dallas Cowboys, e i Cowboys hanno una stella sul casco non per caso, ma perché il Texas è il Lone Star State, lo Stato della stella solitaria.
E allora anche il teatro della partita sembrava scelto apposta. Due nazioni antiche, piene di mare, imperi, inni e confini, finite a giocarsi tutto sotto una stella americana. Enorme, commerciale, televisiva, quasi sfacciata.
Una stella solitaria, appunto. E a quel punto, prima o poi, il pensiero non poteva che andare a Cristiano Ronaldo.
L’enorme 7 nella stanza
E poi c’era Ronaldo. L’enorme 7 nella stanza.
Il Portogallo non lo ha sorretto davvero, e lui ha fatto quello che poteva: meno di ogni aspettativa, certo, ma forse anche meno di quello che avrebbe potuto fare se la squadra avesse scelto fino in fondo cosa farsene del suo ultimo grande simbolo.
Perché è cambiato tutto. Una volta i campioni avevano un altro trattamento, non sempre giusto, non sempre moderno, ma chiarissimo: se avevi un re, costruivi almeno una parte del castello intorno al trono. Oggi, nell’era dell’equità calcistica, sembra quasi che tutti debbano fare tutto allo stesso modo. E allora tanto vale non schierarli, certi campioni, se poi devono correre come un ventenne che fa la gavetta e dimostrare a ogni pallone di meritarsi ancora il posto.
Nel gioco dei se e dei ma, che nel calcio è abusivo ma inevitabile, resta il sospetto: se il Portogallo avesse voluto davvero che Ronaldo fosse ancora il suo leader, forse questa partita poteva portarla a casa. Così invece ha scelto una via di mezzo: né monarchia né repubblica, né vecchio mondo né nuovo mondo. Una democrazia del pallone dove tutti contano uguale, almeno in teoria.
E alla fine, sembrerebbe, ha vinto l’inesperienza condivisa.
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