di Melania Aio
L’Aquila è una città spesso raccontata come laboratorio culturale e cantiere di rinascita. Eppure, sotto questa narrazione ottimistica, resta quotidianamente impigliata in problemi concreti, diffusi e tutt’altro che marginali: sporcizia nei quartieri, erba incolta ovunque, servizi essenziali carenti o disorganizzati.
Una città che punta a posizionarsi su scenari internazionali, che promuove eventi turistici e relazioni istituzionali oltre i confini nazionali, ma che spesso inciampa nelle sue stesse fondamenta. Dove l’ordinaria amministrazione diventa straordinaria per inefficienza o ritardi.
Questo divario, tra la visione proiettata all’esterno e la realtà percepita, non può che generare frustrazione e distanza tra istituzioni e comunità. Il vero rilancio di una città, però, non si misura nei viaggi istituzionali o nelle campagne di comunicazione. Si costruisce nella quotidianità, nella qualità dei servizi pubblici, nella cura degli spazi condivisi. Perché non esiste futuro credibile per una città che non si occupa prima di tutto del proprio presente.
In questo contesto, le critiche non arrivano solo dai cittadini esasperati, ma anche da chi nelle istituzioni continua a chiedere risposte concrete. Tra questi, il consigliere comunale Paolo Romano, voce ormai storica della politica locale, che torna a denunciare ritardi, mancanza di programmazione e scelte discutibili nella gestione dei servizi pubblici locali, in particolare rifiuti e manutenzione del verde. Temi che non riguardano solo bilanci e contratti, ma la vivibilità stessa della città.
Romano prende a paragone la città di Teramo, non certo una metropoli con risorse illimitate. Eppure, con un piano economico-finanziario da 12,4 milioni di euro (quasi quanto spende L’Aquila), Teramo riesce a garantire un servizio più efficiente.
Una differenza apparentemente inspiegabile, che però trova subito una risposta nei numeri: la raccolta differenziata a Teramo ha superato il 75%, mentre a L’Aquila siamo ancora inchiodati a un misero 41%. Questo incide sul costo complessivo del servizio e, quindi, sulle bollette. Non è un dettaglio da addetti ai lavori: è ciò che spiega perché noi aquilani paghiamo da anni la TARI più alta d’Italia senza ricevere in cambio un servizio degno di questo nome.
“Quanto dovrebbe costare a regime il servizio ASM se facessimo una debita proporzione con l’estensione della città, il numero di abitanti, 60 frazioni e i progetti CASE e MAP, oltre a tutti i servizi che chiediamo per una città pulita a attraente? Riflessioni che aiutano a capire di gran lunga la quantità e la qualità del servizio che abbiamo sul nostro territorio e su cui la giunta deve saper dare le dovute risposte”, incalza Romano.
E continua: “Se vogliamo offrire un servizio migliore, all’altezza delle aspettative della cittadinanza, e iniziare un percorso virtuoso che porti verso una possibile riduzione della TARI — in un momento in cui i costi generali delle famiglie sono già aumentati — serve concretamente un cambio di passo. Lo ripeterò fino alla noia. Va accelerato il nuovo piano industriale di ASM di cui si continua a parlare nelle sedute di commissioni e consiglio ma che non riesce ancora a vedere la luce: è uno strumento indispensabile per avviare in tempi rapidi la definizione del nuovo contratto di servizio. Un atto dovuto non solo per la salvaguardia dei bilanci della società ASM, non solo per garantire un sistema di gestione dei rifiuti più moderno, efficace e sostenibile, ma per dare un senso al fatto che paghiamo la TARI più alta d’Italia senza beneficiare di ordine e pulizia”.
Ma i problemi non si fermano alla gestione dei rifiuti. Un altro tallone d’Achille è la manutenzione del verde. La città ha ben 1 milione e 542 mila metri quadrati di verde pubblico da gestire, un dato che non include le aree cimiteriali, e ogni anno, nei soli mesi estivi, vengono previsti tre sfalci per un costo complessivo di circa 600mila euro.
Eppure, anche qui, la programmazione sembra inesistente. Già nel 2024, lo stesso Romano denunciava che l’affidamento ad ASM era avvenuto solo a metà maggio, quando l’erba era già alta in tutte le zone, mentre il verde del centro storico non era stato nemmeno assegnato alla municipalizzata. I ritardi sugli affidamenti e l’assenza di una regia chiara obbligavano ASM a una corsa contro il tempo, con priorità su scuole e parchi pubblici e l’abbandono di ampie aree del territorio: frazioni, Progetti CASE, MAP e interi quartieri.
Oggi si è andati perfino oltre: non solo i ritardi si ripetono, ma si è deciso di escludere ASM dagli affidamenti principali, relegandola ai margini, senza una visione strategica né un contratto pluriennale che le permetta di investire e migliorarsi.
Nel frattempo, i cittadini fanno i conti con erba alta, marciapiedi invasi e sporcizia diffusa. E non si parla solo di decoro urbano, ma anche di sicurezza. In molte aree della città, persino vicino alle scuole o nei pressi di spazi dove giocano e passeggiano bambini e cani, sono state segnalate siringhe tra l’erba alta e mai tagliata.
La gestione del verde urbano diventa così l’immagine perfetta di una città che arranca nella quotidianità mentre sogna di farsi conoscere nel mondo.
A questo punto, la vera domanda non è quanto spenderemo quest’anno per i servizi, ma se e come li riceveremo. E se possiamo davvero continuare a chiamarci “Capoluogo di regione” quando si taglia l’erba solo grazie all’iniziativa personale di una consigliera comunale.
Non servono riconoscimenti internazionali. Serve una politica che torni a guardare in faccia la propria città.
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