Il Paese nel Paese de “La grande ambizione”, note a margine sul film di Segre su Berlinguer

Il Paese nel Paese de “La grande ambizione”, note a margine sul film di Segre su Berlinguer

di Fabrizio Giustizieri

“Un giorno mia moglie mi intimò: scegli o me o il partito! Io non ho avuto dubbi!”. Così mi disse un giorno, un po’ scherzando ma raccontando il vero, un “grigio funzionario di partito” mentre ci recavamo in autobus a Roma per un incontro tra responsabili dell’organizzazione. Non ho vissuto, per motivi anagrafici, la vita del Partito Comunista Italiano, quello che Pasolini definiva essere, nel famoso articolo in cui affermava di sapere ma di non poter dire, “un Paese pulito in un Paese sporco, un Paese onesto in un Paese disonesto, un Paese intelligente in un Paese idiota, un Paese colto in un Paese ignorante, un Paese umanistico in un Paese consumistico”.

Non ho vissuto quel Partito ma ho vissuto i ricordi e lo spessore di chi, a diversi livelli, di quel Partito è stato protagonista. Le prime cose che ti venivano “insegnate” dagli ex dirigenti del PCI erano il rigore ed il decoro, fondamentali e che dovevano essere sempre mantenuti, conservati, in quanto misura della funzione sociale che si svolgeva. Chi ha visto il film ha notato che più volte Berlinguer approcciava le discussioni politiche non come individuo ma come rappresentante di una comunità, di una classe sociale: “non è me che deve convincere ma tutti i lavoratori italiani” ad Andreotti oppure “non sono io che aspetto ma i lavoratori italiani” a Moro.

Nella sede di via Paganica 3 ricordo che c’era una stanza senza finestre, ricavata da due porte sempre chiuse, che per anni aveva destato la mia curiosità di giovane militante; un giorno, una mattina d’estate di quelle che si lasciava entrare solo uno spicchio di luce per non riscaldare troppo l’ambiente, trovai la stanza aperta e, con sommo stupore, vidi la “mitica” cassaforte, che tanto ricorreva nelle fantasie di noi ragazzi, ed un asse da stiro. Sì, un bell’asse da stiro lì, al centro della saletta. Chiesi subito a Diana De Luca, infaticabile lavoratrice e memoria di quella comunità comunista e postcomunista, cosa ci facesse un asse da stiro dentro alla sede del Partito e lei, quasi stupita di una domanda che doveva sembrarle veramente sciocca, mi rispose “devi sapere che se fosse successo qualcosa ed un nostro dirigente fosse stato chiamato a parlare in pubblico, noi non potevamo permetterci che si presentasse con una camicia sgualcita”. Il rigore, il decoro, essere con la schiena diritta e sentire il peso e la forza di chi si rappresentava: essere alla pari, la forza di quel partito era di permettere alle lavoratrici ed ai lavoratori di essere alla pari con chi deteneva il potere, essere cioè un altro potere che si contrapponeva al potere dominante per un miglioramento progressivo della società. Un potere dato dal consenso delle masse e dalla qualità dell’analisi politica, dalla visione delle cose, dalla riflessione, dalla “formazione”, dal conoscere lo stesso numero di parole che conosceva il padrone, per dirla con Don Milani.

Nel film è evidente la contrapposizione, che credo sia più corretto leggere come cifra stilistica di un messaggio che come esatta corrispondenza della realtà, tra un Berlinguer in continuo confronto con altri per indirizzare la Storia ed i dirigenti democristiani soli nelle laccate stanze delle istituzioni.

Il capo del Partito Comunista Italiano nel film non decide mai da solo: discute con i compagni della segreteria (figure di uno spessore culturale assoluto), con i dirigenti a lui più vicini, con i familiari, con gli operai della fabbrica, con gli abitanti delle periferie romane che lottano contro le speculazioni edilizie; è un continuo confronto, sentire i pareri, analizzare e fare sintesi. Il regista Segre gioca su questo aspetto e lascia tradire il suo Andreotti facendogli affermare che, in fondo, invidia Berlinguer e la vita di Partito.

Ecco, nel PCI del centralismo democratico c’era una continua elaborazione collettiva: non si decideva da soli ma ci si confrontava, per il bene dei lavoratori e per il bene del Paese (come ebbe a dirmi anni fa uno dei protagonisti di quel PCI, già consigliere regionale, “ciò che è bene per il Paese è bene per il Partito” e potrei qui dilungarmi sulla funzione nazionale ma rischierei seriamente di finire per somigliare troppo ad un nonno Simpson di provincia…).

Ricordo ancora una direzione in cui si discuteva delle imminenti elezioni amministrative a L’Aquila e c’era chi avanzava ipotesi di candidatura e autocandidatura a sindaco, senza prima un adeguato e schietto confronto politico, le classiche “indiscrezioni” che si fanno girare nei corridoi, prodromi del disfacimento attuale e sintomatica fine di quelle “liturgie”, allora tanto care, che imponevano metodi decisionali collettivi: ad un tratto prese la parola Federico Brini e, rimbrottando un autorevole compagno di cui non scriverò il nome, con quella autorità che gli era propria sentenziò “nessuno si autocandida o candida qualcuno: è il Partito che decide le candidature”. Pensate a queste parole e guardatevi attorno oggi.

Tornando al nostro film e riprendendo il famoso articolo di Pasolini, ci sono dei momenti in cui lo spettatore resta spiazzato perché probabilmente lontano da quel mondo: quando il ferroviere chiede al segretario Berlinguer, senza avere risposta, se è giusto o meno fare le multe agli studenti senza biglietto oppure quando il figlio Marco incalza il padre sulle ragioni per cui sia possibile trovare un compromesso con le parti più reazionarie della Democrazia Cristiana. Qui torna il Pasolini della “verità politica” e della “pratica politica” a cui forse gli uomini di quel Partito avrebbero risposto, se fosse stato loro possibile rispondere, che la verità illumina il presente mentre la politica illumina il futuro.

Il film, che sta riscuotendo molto successo anche tra le fasce più giovani di spettatori, comincia con i tragici fatti del Cile e si chiude con il ritrovamento del cadavere di Aldo Moro in via Caetani, nel mezzo, quasi a rompere e probabilmente a “disturbare” una narrazione continua, la canzone di Bertoli “eppure soffia” anch’essa così lontana eppure così vicina.


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