Mondiali 2026, perché il ripescaggio dell’Italia è pressoché impossibile

Mondiali 2026, perché il ripescaggio dell’Italia è pressoché impossibile
03 Apr 2026

Red

La notizia di una possibile rinuncia dell’Iran ai Mondiali 2026, alimentata dalle dichiarazioni del Ministro dello Sport di Teheran, Ahmad Donyamali, ha riacceso in Italia un dibattito che oscilla tra il desiderio di riscatto e la cruda interpretazione delle norme internazionali. Tuttavia, un’analisi approfondita dei regolamenti FIFA e delle dinamiche confederali suggerisce che le possibilità di vedere la Nazionale del successore di Gennaro Gattuso negli Stati Uniti, Messico e Canada siano pressoché nulle.

Il cuore della questione risiede nell’articolo 6, comma 7, dei Regolamenti della Coppa del Mondo FIFA 2026. La norma stabilisce che, in caso di ritiro o esclusione di una federazione partecipante, la FIFA deciderà sulla questione a sua esclusiva discrezione, adottando qualsiasi azione ritenuta necessaria. Questo passaggio è fondamentale: non esiste una gerarchia predefinita, né un automatismo che premi la squadra con il miglior ranking tra le escluse. Sebbene l’Italia possa vantare una posizione di rilievo nelle classifiche mondiali rispetto ad altre nazionali rimaste fuori dal torneo (come l’esito amaro dei playoff contro la Bosnia ha tristemente confermato), il ranking è uno strumento di analisi e non un criterio di ripescaggio codificato.

L’ipotesi più accreditata a livello internazionale, qualora l’Iran dovesse effettivamente formalizzare il forfait entro il Congresso di Vancouver del prossimo 30 aprile, poggia sulla tutela dell’equilibrio tra le confederazioni. La FIFA tende storicamente a preservare il numero di slot assegnati a ogni continente. Essendo l’Iran una nazionale asiatica appartenente alla AFC, il sostituto naturale verrebbe cercato tra le prime escluse del medesimo percorso di qualificazione. In questa prospettiva, gli Emirati Arabi Uniti (che ha perso con l’Iraq la finale play off asiatica) avrebbe una precedenza regolamentare e logica schiacciante rispetto a una nazione europea. Inserire l’Italia al posto dell’Iran significherebbe alterare il bilanciamento geopolitico del torneo, sottraendo un posto all’Asia per assegnarlo alla UEFA, che gode già del contingente più numeroso.

Spesso viene citato il caso della Jugoslavia a Euro ’92, sostituita dalla Danimarca che poi vinse il torneo. Tuttavia, quel precedente appartiene alla UEFA e riguardava una sostituzione all’interno della stessa confederazione e dello stesso girone di qualificazione. Per il Mondiale, la FIFA non ha mai mostrato aperture verso il concetto di “merito storico”. La visione di Gianni Infantino mira a un calcio globale e inclusivo, dove il rispetto dei percorsi di qualificazione territoriale prevale sul blasone delle singole federazioni. L’idea che l’Italia possa essere “invitata” per il bene dell’audience o del prestigio del torneo si scontra con il rischio di ricorsi legali da parte delle federazioni asiatiche, che si vedrebbero scippate di un diritto conquistato sul campo nel proprio continente.

Le opzioni concrete per la FIFA sono sostanzialmente tre. La prima, e più probabile, è la promozione della migliore esclusa asiatica, garantendo continuità alla rappresentanza territoriale. La seconda prevede l’avanzamento di una squadra dai playoff intercontinentali, una soluzione che manterrebbe un criterio di competitività legata ai risultati recenti. La terza, estrema e meno auspicabile per ragioni di calendario e diritti televisivi, sarebbe la mancata sostituzione, con una conseguente rimodulazione dei gironi che però danneggerebbe l’equità della competizione. In questo scenario, l’Italia rimane spettatrice interessata di un gioco di potere che, a meno di clamorosi e improbabili stravolgimenti politici a Zurigo, non la vedrà protagonista sul rettangolo verde.


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