di Alessandra Prospero
Si può rimanere fermi in un fiume che scorre, ma non nel mondo degli uomini.
— Proverbio giapponese.
C’è una scena, ne “L’uccello che girava le viti del mondo”, in cui Toru Okada scende nel fondo di un pozzo abbandonato e resta immobile nel buio, separato dal mondo, dal tempo e quasi da sé stesso.
In Haruki Murakami i pozzi, i corridoi, le stanze d’albergo, le stazioni o i sottopassaggi non sono mai semplici luoghi narrativi. Sono varchi. Zone di transizione in cui i personaggi attraversano lentamente qualcosa che non riescono ancora a nominare: una perdita, una trasformazione, una memoria, talvolta persino un’altra versione della realtà.
Per questo la parola che forse più di ogni altra può raccontare Murakami è attraversamento.
I suoi personaggi attraversano città silenziose, relazioni incompiute, sogni, assenze, identità sospese. Attraversano il confine tra il quotidiano e l’invisibile senza che il passaggio avvenga mai in modo netto. Ed è forse proprio questa continuità tra reale e irreale a rendere Murakami uno degli autori più riconoscibili della letteratura contemporanea.
Haruki Murakami, l’attraversamento nei suoi libri
Ne “L’uccello che girava le viti del mondo”, il pozzo in cui scende Toru Okada diventa il luogo geometrico della sua psiche: un posto dove il tempo si dilata, dove il silenzio assorbe ogni certezza e dove la separazione dal mondo visibile è l’unica via per attraversare il trauma e cercare una verità più profonda.
Questo concetto di attraversamento si ritrova in tutta la sua bibliografia.
Ne “La fine del mondo e il paese delle meraviglie”, il passaggio tra le due realtà non è segnato da un portale magico, ma da una discesa progressiva nella propria mente e in una città murata senza tempo.
In “Kafka sulla spiaggia”, il confine tra veglia e sogno si dissolve attraverso tunnel, gatti parlanti e la metaforica entrata in un’altra dimensione attraverso un dipinto.
In “Norwegian Wood”, invece, l’attraversamento è più intimo e malinconico: un viaggio doloroso attraverso la giovinezza, il lutto e l’elaborazione della perdita, simboleggiato dai soggiorni nel sanatorio isolato sui monti.
Murakami non offre mai spiegazioni razionali o nette dicotomie tra ciò che è tangibile e ciò che è invisibile. I suoi spazi chiusi — i pozzi, le stanze d’albergo dove i protagonisti si rifugiano, i lunghi corridoi — sono bozzoli. Spazi di sospensione in cui il personaggio si spoglia della propria identità precedente per uscirne, inevitabilmente, trasformato.
Ma l’attraversamento, in Murakami, non riguarda soltanto le sue storie. Riguarda anche la sua stessa vita.
L’attraversamento esistenziale
Prima di diventare uno degli scrittori più letti al mondo, Murakami attraversò un lungo periodo di precarietà economica e pragmatica. Insieme alla moglie Yōko gestiva un jazz bar a Tokyo, il “Peter Cat”, aperto grazie a prestiti e sacrifici, mentre sulle loro spalle gravavano anche debiti contratti con il padre di lei.
Il “Peter Cat” era un jazz bar aperto da Haruki Murakami e da sua moglie Yōko a Tokyo negli anni Settanta, inizialmente nel quartiere di Kokubunji e successivamente trasferito a Sendagaya. Non era soltanto un locale dove si servivano drink: era un piccolo spazio culturale costruito attorno alla musica jazz, passione centrale nella vita di Murakami.
Il locale prendeva il nome da un gatto che la coppia possedeva e rifletteva già quell’immaginario murakamiano fatto di jazz, notti silenziose, solitudine urbana e atmosfere sospese che sarebbe poi entrato nei suoi romanzi.
Per anni Murakami lavorò lì quotidianamente come gestore, cuoco e cameriere, vivendo una vita molto distante da quella dello scrittore affermato. Fu proprio durante quel periodo, dopo una partita di baseball allo stadio Jingu, che ebbe improvvisamente l’intuizione di poter scrivere un romanzo. Iniziò così a scrivere di notte, dopo aver chiuso il locale.
Ed è forse anche per questo che la sua traiettoria appare essa stessa un attraversamento: da uomo comune che serve caffè e whisky in un locale sotterraneo a scrittore capace di attraversare lingue, culture e continenti fino a diventare una delle voci più riconoscibili della narrativa contemporanea.
Dall’attraversamento alla corsa
L’idea dell’attraversamento si riflette anche in una delle passioni che Murakami ha scoperto nel corso della sua vita: la corsa. Murakami è infatti un runner disciplinato, autore di maratone e lunghe corse quotidiane che considera parte integrante del proprio modo di vivere e di scrivere.
Uno dei suoi libri più intensi e autobiografici è quello che in Italia è stato tradotto come “L’arte di correre”. Il titolo originale inglese, però, era molto più evocativo: “What I Talk About When I Talk About Running”. Murakami chiese personalmente alla vedova di Raymond Carver il permesso di riprendere e parafrasare il celebre titolo “What We Talk About When We Talk About Love” (“Di cosa parliamo quando parliamo d’amore”).
Anche in questo caso ritorna il tema dell’attraversamento: la corsa non come semplice esercizio fisico, ma come disciplina mentale, resistenza, esercizio di solitudine e metodo per attraversare il tempo, il dolore e la fatica dell’esistenza. Non è un caso che la traduzione italiana, scegliendo il più sintetico “L’arte di correre”, perda in parte quella dimensione dialogica e metaforica presente invece nel titolo originale, che trasformava la corsa in un modo per interrogare la vita stessa.
Attraversare e superare il limite linguistico
Quando iniziò a scrivere, Murakami cercò istintivamente una lingua diversa da quella della tradizione letteraria giapponese. Non lo faceva perché volesse pubblicare in inglese, ma come esercizio stilistico. Il giapponese letterario dell’epoca gli sembrava troppo carico, troppo codificato. L’inglese, che conosceva meno profondamente, lo costringeva invece a usare frasi semplici, essenziali, asciutte. Quando poi riportava quelle frasi in giapponese, otteneva una lingua nuova, più rarefatta e ritmica, che sarebbe diventata il suo stile riconoscibile.
Anche per questo leggere Murakami dà spesso l’impressione di stare camminando dentro una soglia: non si entra mai davvero nel fantastico, ma non si resta neppure del tutto nel reale. Si rimane in bilico. In transito. Dentro qualcosa che continua a trasformarsi mentre lo si attraversa.
Forse è proprio questo il motivo per cui Murakami continua a parlare a lettori di culture, età e generazioni diverse. Perché nei suoi romanzi non ci chiede mai semplicemente di osservare una storia, ma di attraversarla insieme ai suoi personaggi.
E in fondo, nei pozzi silenziosi, nei corridoi sospesi, nelle corse solitarie all’alba o nelle stanze d’albergo dove il tempo sembra fermarsi, Murakami continua a ricordarci una cosa profondamente umana: che vivere significa attraversare continuamente versioni diverse di sé stessi, senza avere mai la certezza di ciò che troveremo dall’altra parte, perché – come scrive lo stesso scrittore – “Qualunque cosa tu stia cercando non arriverà nella forma che ti aspetti.”
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